Federico Capitoni, la Repubblica 25/8/2011, 25 agosto 2011
MARTHA ARGERICH
È incredibile, e piacevolmente spiazzante, come Martha Argerich riesca con estrema naturalezza e gentilezza a dissolvere in una sigaretta il mito dell´artista capricciosa e inafferrabile. Lì, seduti sulle scale del cortile del Conservatorio Monteverdi di Bolzano, la più grande pianista vivente ti dice: «Non trovi?», «Tu che ne pensi?», «Parliamone», trasformando un´intervista in una conversazione tra amici. Lei è una di quelle donne a cui fa onore non nascondere l´età. Ha compiuto settanta anni lo scorso giugno la pianista argentina e può dichiararlo a gran voce. Di anni ne aveva sedici quando vinse il Premio Busoni e adesso, che il premio è alla 58esima edizione, vi torna, ma stavolta come presidente di giuria: «È una strana sensazione, sono commossa – dice -. Mi sembra di essere in un film di Woody Allen in cui il protagonista viene trasportato improvvisamente indietro nel tempo». Da sola non sa stare Marta Argerich e si circonda sempre di persone. Anche in concerto. Ormai si esibisce soltanto in compagnia (l´ultimo disco è un triplo Cd di incisioni dal vivo intitolato appunto Martha Argerich and Friends), e ha dato il via alla nuova edizione del Concorso Busoni (che terminerà il 2 settembre) con un concerto per due pianoforti assieme a un´altra ex vincitrice, Lilya Zilberstein: «Lei è una pianista completa, naturalissima, grandissima. Per fortuna non era concorrente quando ho partecipato al concorso, sarebbe stato un osso troppo duro», dice aggiustandosi i capelli, che non taglia e non tinge.
Da un po´ di tempo non dà un concerto senza che qualcuno sia sul palco con lei, perché?
«Non so come spiegare; penso sempre di ritornare a suonare da sola ma non lo faccio mai. La solitudine del pianista è terribile; si sta così tanto tempo a studiare da soli che esserlo anche in concerto non posso più sopportarlo. Io sono sempre in giro, suono più ora che quando ero giovane, per questo ho bisogno di compagnia. Devo cambiare modo di vita ma non so come. Il problema è che non so dove vivere. Ho intenzione di organizzare una sorta di "musical club", come quello in cui ho vissuto a Londra quando avevo 25 anni. Vorrei organizzarlo per i vecchi musicisti; è più triste la solitudine per i vecchi».
Ma non c´è il rischio che sembri un ospizio?
«È quello che voglio evitare. Non voglio che nessuno finisca come Weissenberg, che è in una casa per anziani, lo trovo triste, ci vuole una casa di riposo per musicisti. Mi piace molto vivere in comunità. Ci sono molti musicisti soli. La mia idea non sarebbe un ghetto, una chiusura, ma un modo di fare comunità: questo è il mio progetto futuro».
Lei non ha nessun rapporto con la composizione…
«Non sono mai riuscita a comporre, non so perché. Non ci ho proprio mai pensato. Mi piacerebbe invece improvvisare. Bisogna avere certe conoscenze di base, potrei imparare dagli amici. Ora l´improvvisazione si fa anche nei conservatori, quando studiavo io era riservata agli organisti. Mi piacciono molto il jazz, il flamenco. Da diversi anni suono il tango, ma non so se sono brava, sto imparando».
Lei ha vinto una serie di premi importantissimi: il Premio Ginevra, il Premio Chopin e appunto il Busoni. Quanto contano nella carriera di un pianista le partecipazioni ai concorsi?
«Sono ancora molto importanti, soprattutto quando non si hanno altre possibilità per iniziare una carriera. C´è qualcosa di sano: la competizione, la gavetta. Non mi piace ciò che avviene con i musicist che emergono ultimamente, hanno da subito la major discografica dietro che li spinge pubblicizzandoli».
Oggi, se tira le somme della sua vita, cosa si ritrova?
«Sono sempre stata curiosa del presente e non vedo una grande differenza oggi nella mia attitudine alla vita. Non ho molti rimorsi. Piuttosto mi chiedo se non sia io fuori tempo. Suonare il pianoforte oggi mi sembra anacronistico. Di questi tempi abbiamo molto bisogno del visuale, anche a me interessa: guardo YouTube, amo il cinema e mi chiedo che futuro abbia la musica».
Cosa fa dunque, quando non suona?
«Faccio le valige (ride). Sono spesso in viaggio. Ma cerco sempre di vedere gli amici, le mie figlie, di andare al cinema e se non posso guardo qualche Dvd. Leggo, ascolto anche la radio, non molto i dischi: non mi interessa tanto sapere cosa sto ascoltando, mi piacciono le sorprese, mi sintonizzo e ascolto. Ma mai in viaggio».
Le sue tre figlie, avute tutte da musicisti, sono interessate alla musica?
«Tutte amano la musica, ma solo la più grande, avuta da Robert Chen, è musicista; suona la viola. La seconda – la figlia di Charles Dutoit - invece è una letterata, La più piccola fa la regista e attualmente sta lavorando con il padre, Stephen Kovacevich».