MICHELE SERRA, la Repubblica 25/8/2011, 25 agosto 2011
Da quando la Storia segue il suo corso sotto copertura mediatica, si ha l´impressione che alcune gesta e alcuni gesti (per esempio la distruzione di statue e vestigia di dittatori) siano compiuti con particolare zelo e in favore di telecamere
Da quando la Storia segue il suo corso sotto copertura mediatica, si ha l´impressione che alcune gesta e alcuni gesti (per esempio la distruzione di statue e vestigia di dittatori) siano compiuti con particolare zelo e in favore di telecamere. Cecchini in azione, sparatori di raffiche rituali (costose, tra l´altro), sradicatori di monumenti appaiono spesso in posa, o quasi, anche perché i giovani protagonisti in arme hanno la rara fortuna di veder coincidere il loro quarto d´ora di celebrità con l´apertura dei telegiornali di mezzo mondo. C´è da dire, però, che accanto a queste debolezze spesso irritanti, la mediatizzazione delle guerre e delle rivoluzioni ha l´enorme vantaggio di esporre allo sguardo del mondo almeno una parte degli eventi. E se a Srebrenica, per fare solo l´esempio più orrendo degli ultimi anni, al posto di ogni inutile Casco blu ci fosse stata una telecamera puntata, forse il genocidio sarebbe stato arginato. Non per caso anche gli eserciti delle più illustri democrazie non gradiscono giornalisti e cameramen tra le scatole. Il prezzo che paghiamo ai media è la vanità spicciola e stupida che essi, per contagio, diffondono. Il prezzo che pagheremmo alla loro assenza è però così smisurato che vale la pena sopportare, come effetti collaterali, le esecuzioni sommarie dei poster di Gheddafi.