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 2011  agosto 25 Giovedì calendario

DAI RICCHI AI POVERI

Tutte le soluzioni proposte per rispondere alla crisi delle finanze pubbliche europee rientrano in una di tre categorie: (i) forme di trasferimento fiscale da Stati "ricchi" a Stati "poveri;" (ii) forme di default da parte degli Stati poveri; e (iii) aggiustamento fiscale per ridurre il deficit accompagnato da riforme strutturali per accelerare la crescita. Gli eurobond, rilanciati con grande ingegnosità da Prodi e Quadrio Curzio su questo giornale, rientrano nella prima categoria.
Sono un trasferimento dai ricchi ai poveri, almeno probabilisticamente.
Nella loro forma più semplice, gli eurobond sono nuovi titoli emessi solidalmente da tutti i membri dell’Eurozona per finanziare i deficit dei singoli Paesi. L’idea è che Paesi a finanze pubbliche solide, come la Germania, diventino co-responsabili per il rimborso del valore dei titoli. Il tasso di interesse richiesto dai mercati dovrebbe dunque calare, se non al livello dei bund almeno a uno inferiore a quello oggi richiesto sui titoli italiani, spagnoli eccetera. È dunque abbastanza verosimile - anche se di questi tempi nulla è certo - che gli eurobond isolerebbero i "grandi" Paesi a rischio, come Italia, Spagna e Francia da ulteriori attacchi di panico, visto che in questi Paesi la solvibilità di lungo periodo è legata principalmente ai livelli dei tassi a cui possono indebitarsi. Diversa è la situazione di Paesi ad alto deficit corrente, come la Grecia, in cui la solvibilità non c’è neanche a tassi bassi. Ma fortunatamente questi sono piccoli ed è probabile che il sistema finanziario europeo possa assorbire un loro eventuale default.

Gli eurobond comportano trasferimenti dagli Stati ricchi a quelli poveri per due motivi. Primo: quando un Paese dell’Eurozona non paga i suoi debiti devono pagare gli altri Paesi. Secondo: questo impegno fa sì che i titoli pubblici dei Paesi a finanze solide siano un tantino meno solidi, visto che questi Paesi si accollano nuovi rischi. Per questo, i minori tassi di interesse pagati da Italia & co vengono "pagati" dalla Germania e satelliti attraverso più alti tassi di interesse sui titoli da loro emessi. Nella versione più sofisticata proposta da Prodi e Quadrio Curzio il calcolo di chi paga e chi riceve non è (e non potrebbe essere) diverso. La differenza è che i Paesi ricchi invece di impegnarsi con future tasse sui propri cittadini si impegnano con il conferimento di parte delle loro riserve auree e partecipazioni azionarie. In ogni caso mettono a rischio parte della loro ricchezza presente e futura.
È per questa loro natura di trasferimenti che la Germania, la Finlandia, e gli altri Paesi in surplus, di eurobond non ne vogliono assolutamente sapere, come del resto hanno sempre tentato di resistere ad altre soluzioni di tipo (i). Resterà da vedere se questa resistenza è la linea del Piave o solo un altro Isonzo destinato a essere travolto dalle forze dell’unione fiscale europea (spalleggiate dai mercati).

Soluzioni appartenenti alla categoria (ii), default, soprattutto nel caso di Grecia, Portogallo e Irlanda, sarebbero forse altrettanto razionali quanto l’introduzione di eurobond. Se non altro avrebbero il pregio di rimuovere una grossa fetta dell’incertezza che attanaglia gli investitori. Servirebbero anche, se ben eseguite, a delineare una chiara demarcazione fra Paesi insolventi e Paesi che, a tassi ragionevoli, insolventi non sono.
Ma proposte con sapore di default sono avversate con veemenza dalla Banca centrale europea, dalla Commissione europea, e in generale dal folto gruppo di funzionari e politici europei che ancora crede e spera nell’unione politica. La paura principale è che, una volta ripudiati i propri debiti, alcuni Paesi perifierici siano tentati di procedere al passo logicamente successivo: l’uscita dall’euro, per ricominciare con una valuta molto svalutata e stimolare la crescita attraverso le esportazioni. Per i fautori degli Stati Uniti d’Europa è un rischio inaccettabile, e preferiscono chiedere ai greci e agli altri dei sacrifici tremendi all’altare dell’Unione Europea. La Bce condivide queste paure e, in aggiunta, è preoccupata dalla perdita di reputazione che subirebbe per le perdite che risulterebbero sul suo bilancio (pieno di titoli periferici) e su quello del sistema bancario europeo (per la cui solidità è in buona misura responsabile).

Con le soluzioni di tipo (i) avversate violentemente dai Paesi ricchi e quelle di tipo (ii) soggette al veto dal partito trasversale di Commissione, Bce, e federalisti vari, l’unica certezza è che si finisce sempre per porre la maggiore enfasi sulla categoria (iii), quella delle lacrime e sangue, austerity più riforme per la crescita, nei Paesi poveri. I quali ovviamente non possono dire di no visto che di potere negoziale non ne hanno.
Il problema è che, rispetto alle categorie (i) e (ii), la categoria (iii) è di assai dubbia efficacia, perché le misure che vengono prese per ridurre il deficit al tempo stesso strangolano l’economia (vedi Grecia in cui la recessione è sempre più paurosa) ritardando la crescita, mentre le riforme strutturali o non avvengono affatto o, se avvengono, hanno comunque benefici così ritardati nel tempo da essere pressoché irrilevanti nel breve e medio periodo che conta per uscire dalla crisi.
Come molti hanno già osservato, siamo in una crisi economica dovuta a una paralisi politica. Le strategie che potrebbero funzionare, (i) e (ii), sono bloccate per i veti di gruppi che non ne possono accettare le conseguenze politiche. Poiché non sono capaci di superare questa empasse, questi gruppi ripiegano su una terza strategia che è politicamente accettabile ma economicamente di assai dubbia efficacia.