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 2011  agosto 25 Giovedì calendario

LE INCOGNITE SUL GASDOTTO CHE NESSUNO CI PUÒ TOGLIERE

Tutti pronti a riattivare Greenstream, il cordone ombelicale con la Libia, il poderoso gasdotto al quale gli analisti italiani attribuiscono ora due delicate funzioni: un baluardo contro le tentazioni di sottrarre all’Italia preziose quote dei suoi asset energetici nel paese nordafricano, un "polmone" metanifero che va in ogni caso ripristinato il prima possibile per evitare al nostro paese un inverno energetico al limite della criticità.

Greenstream è stato chiuso dall’Eni nel febbraio scorso con una procedura di "messa in sicurezza" (condutture svuotate, valvole chiuse, terminali accuratamente blindati) nella speranza di rimetterlo in funzione senza danni appena la sorte del conflitto avesse dato la possibilità.

L’Eni faceva gli scongiuri auspicando, allora, «poche settimane di conflitto, nel qual caso l’interruzione avrebbe conseguenze assolutamente gestibili». Non è stato così. Ora si vorrebbero contare i giorni. Ma nella migliore delle ipotesi si dovranno contare le settimane, forse i mesi.

Con il suo flusso di metano da otto miliardi di metri cubi annui il Greenstream, realizzato nel primi anni 2000 da Eni che lo scorso ha ridotto la partecipazione dal 75% al 50% portandosi alla pari con la compagnia statale libica Noc, copriva oltre il 10% del fabbisogno metanifero italiano. Nessun problema immediato, disse a febbraio l’Eni e confermò il nostro Governo.

Le forniture compensative dalla Russia servirono persino a ripristinare quote di contratti "take or pay" che l’Italia aveva difficoltà a onorare a causa della contrazione dei consumi dovuta alla grande crisi. Ma con il protrarsi del blocco ecco l’ammissione, ripetuta nelle scorse ore dal capo dell’Eni Paolo Scaroni: l’Italia del metano ce la fa, e ce la farà anche nel prossimo inverno. Ma è al limite. Guai ad un un intoppo su un’altra direttrice.

Intoppo possibile, a ben vedere. L’import dalla Russia segna da qualche anno puntuali gelate dal passaggio del gas in Ucraina, cattiva pagatrice e portatrice di pericolosi giochi di strozzature e interruzioni. Non molto meglio va a sud, dal gasdotto Transmed che ci lega ai giacimenti algerini attraverso l’instabile e politicamente traballante Tunisia.

Il Galsi, il nuovo tubo Italia-Algeria che passa dalla Sardegna? Lavori ancora in corso. I rigassificatori? Uno solo è attivo tra quelli programmati in aggiunta dell’unico impianto italiano dell’Eni a Panigaglia. E’ il terminale di Rovigo del consorzio Exxon-Edison-Qatar Petroleum, ancora in rodaggio. Nel frattempo i consumi di gas ricominciano a salire. E, se la crisi davvero invertirà la rotta, saliranno sempre più velocemente, complice il ri-abbandono dei nostri piani nucleari.

Gli scongiuri sul fronte libico sono d’obbligo. Con un premio di consolazione. Il Greenstream, 7 miliardi di euro di investimenti per un megatubo da 32 pollici di diametro, corre a mille e passa metri sotto l’acqua lungo 520 chilometri da Mellitah al terminale siciliano di Gela senza biforcazioni o deviazioni possibili.

A fine giugno il ministro dell’informazione degli insorti libici, Mahmoud Shammam, aveva riservato all’Italia una gelata: il consiglio transitorio di Bengasi non escludeva l’ipotesi di rivedere in profondità i contratti petroliferi siglati dalla compagnie straniere con Gheddafi. Nei giorni scorsi Scaroni ha rassicurato: con i rappresentanti degli insorti ci sono reciproche e solidissime garanzie di continuità. Oggi il vertice italo-libico di Milano chiarirà.

Una cosa è certa: Greenstream non può essere forzatamente dirottato, venduto, ceduto in uso. E’ "strutturalmente" italiano. Ed è, allo stato attuale, il principale e insostituibile vettore per piazzare l’80% del metano che produce (produceva e auspicabilmente produrrà) la joint italo-libica Wlgp (Western Lybian Gas Project), che ha finora riservato il 20% delle estrazioni al mercato locale. Ricavando il gas da due "poli" tra loro lontani: quello offshore di Bahr Essalam e quello da 4 miliardi di metri cubi di Wafa, nel deserto al confine algerino.