Federico Fubini, Corriere della Sera 25/08/2011, 25 agosto 2011
«IL COLONNELLO USERA’ IL SUO ORO PER CORROMPERE E SEMINARE IL CAOS»
Farhat Bengdara purtroppo se l’aspettava: il regime di Gheddafi crollerà entro l’estate, aveva detto tre mesi fa, ma il Colonnello giocherà comunque tutte le sue carte. Anche le più sporche. Sono passati novanta giorni da quando formulò la sua previsione e Bengdara, ex governatore di Tripoli oggi in stretto contatto con i vertici del governo transitorio, non trova alcun piacere nel constatare di aver visto giusto. Da informazioni di cui dispone, Bengdara è sicuro che l’ex Raìs sta cercando nuovi fondi per continuare a destabilizzare il Paese anche mentre è in fuga dalla capitale.
Cosa è riuscito a sapere delle mosse di Gheddafi?
«Di certo fino a poco tempo fa ha cercato di finanziarsi in ogni modo — risponde Bengdara, poco prima di scoprire del rapimento dei quattro giornalisti italiani —. A Tripoli ci sono fisicamente riserve in oro per un valore di dieci miliardi di dollari. Ora che è in fuga Gheddafi potrebbe anche aver preso parte di questo oro con sé. Prima invece ha cercato disperatamente di venderlo».
Come fa a esserne così sicuro?
«Un mio amico non libico poco tempo fa mi ha avvertito che era stato contattato da uno dei collaboratori più stretti di Gheddafi, con l’offerta di vendergli 25 tonnellate d’oro. Il mio amico me lo ha riferito, gli ho suggerito di rifiutare e il mio amico ha subito respinto l’approccio. Ma è un indizio chiaro».
Tre mesi fa lei disse che il Colonnello si sarebbe rifugiato nella città di Sebha. Dove pensa che sia in questo momento?
«Ci sono due possibilità. Potrebbe in effetti essere fuggito davvero a Sebha, dove ha una base logistica. Oppure si è diretto verso il confine con l’Algeria».
Perché queste destinazioni?
«Non sta usando il cervello, ma mi aspettavo che lasciasse Tripoli molto presto: ama troppo se stesso. Ha registrato un messaggio per spingere i fedelissimi a combattere ancora, poi se n’è andato. Ora sta certamente cercando di pagare e di corrompere qualche tribù o qualche miliziano per avere protezione e seminare altro caos».
Come vede la situazione dell’Italia in Libia in questa situazione così delicata?
«Con la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, l’Italia è fra i Paesi occidentali che hanno avuto un ruolo importantissimo nel sostenere la lotta per la libertà. Sono sicuro che ci sarà ancora collaborazione fra noi in futuro, gli italiani hanno lavorato duro in Libia e l’hanno fatto con il Paese, non con il regime. Ci saranno nuovi contratti con le imprese europee e quelli in corso, per esempio con l’Eni, saranno rispettati».
Qual è la priorità della ricostruzione adesso?
«Abbiamo bisogno di finanziamenti ponte per cinque-sette miliardi di dollari per far ripartire il sistema bancario, pagare gli stipendi in modo che la gente torni al lavoro, coprire il costo delle importazioni che rappresentano l’80% dei consumi del Paese».
Servirà una conferenza dei donatori?
«Non abbiamo bisogno di donatori, la Libia è un Paese ricco. Le attività dello Stato, fra fondo sovrano Lybian Investment Authority, Banca centrale e riserve d’oro, valgono 168 miliardi di dollari. Ma è tutto congelato. Per riavere la disponibilità di questo patrimonio serviranno mesi, bisognerà passare da una risoluzione del Consiglio di sicurezza. Intanto ci servono prestiti, anche a tassi attraenti per i finanziatori».
Parla di banche o di Stati?
«Di Stati, o di presiti bancari garantiti dai governi. Anche l’Italia può aiutare con il suo governo e le sue aziende. Il futuro dei nostri rapporti si presenta in una luce favorevole, ma per ora dobbiamo risolvere insieme le emergenze del momento».
Teme che emergeranno divisioni e conflitti nel fronte del governo transitorio?
«Non credo proprio. Gheddafi ha governato per anni alimentando gli odi, con il divide et impera. Ne siamo tutti consapevoli e siamo determinati a voltare pagina con il passato. In Libia ci sono liberali e islamici, ma siamo tutti determinati a lavorare insieme. Poi ognuno avrà la sua fedeltà di parte, ma non ci saranno nuove guerre intestine o fratture regionali».
Federico Fubini