ALESSANDRO BARBERO, La Stampa 25/8/2011, 25 agosto 2011
Il Paradiso può attendere signore de Joinville - Come pensava un cavaliere del Medioevo? Jean de Joinville era un gran signore francese del tempo di San Luigi, e nel 1248 lo accompagnò alla crociata in Egitto, da dove tutt’e due tornarono vivi per miracolo
Il Paradiso può attendere signore de Joinville - Come pensava un cavaliere del Medioevo? Jean de Joinville era un gran signore francese del tempo di San Luigi, e nel 1248 lo accompagnò alla crociata in Egitto, da dove tutt’e due tornarono vivi per miracolo. Il re morì vent’anni dopo in un’altra crociata; Joinville questa volta ebbe il buon senso di non accompagnarlo, e gli toccò la fortuna di vivere molto più a lungo di quanto non capitasse ai suoi tempi. Nel 1309 era ancora vivo, e benché ottantenne era ancora così arzillo da scrivere un meraviglioso libro di ricordi sulla vita del re santo. Nel caso di un cavaliere crociato, ci aspettiamo che la fede religiosa sia centrale nella sua mentalità, ed è così anche per Joinville. Sentiva messa tutti i giorni; durante la crociata aveva con sé due cappellani, e il primo cantava la messa per lui ogni giorno all’alba, mentre l’altro la celebrava poi per i suoi cavalieri, che si alzavano più tardi di lui. Non era un teologo e la sua fede era semplice: credeva nei miracoli e ammirava i grandi predicatori che sanno far piangere la gente e dicono cose terribili senza guardare in faccia ai potenti di questo mondo. Una volta l’abate di Cluny organizzò al monastero una disputa con alcuni rabbini, secondo l’uso degli intellettuali dell’epoca, che amavano mettersi in mostra nelle discussioni pubbliche. Un cavaliere anziano mantenuto per carità nell’abbazia chiese di poter prendere la parola per primo, e con un po’ di imbarazzo l’abate glielo concesse. Il cavaliere, appoggiato alla sua gruccia, si rivolse cortesemente al rabbino capo: maestro, gli chiese, credete nella Vergine Maria, che ha portato Dio nel suo ventre? L’ebreo rispose che non ci credeva affatto. Il cavaliere, incollerito, disse che faceva molto male, e che l’avrebbe pagata; poi gli assestò una botta in testa con la stampella, e la disputa finì lì. Joinville riferisce l’aneddoto con evidente soddisfazione: i chierici, commenta, se proprio vogliono possono discutere con i miscredenti, ma i laici quando sentono insultare la fede cristiana devono rispondere con la spada. Senza essere superstiziosa, la religiosità di Joinville è attaccata alle forme. Prigioniero dei Saraceni dopo il disastro della crociata, è invitato a pranzo da un emiro; mentre mangiano, chiacchierando allegramente delle rispettive genealogie e di conoscenze comuni, capita lì un borghese di Parigi e si mette le mani nei capelli: «Messere, in nome di Dio, cosa fate?». Joinville, stupito, gli chiede cosa c’è, e l’altro gli fa notare che sta mangiando carne di venerdì. Orripilato, Joinville allontana violentemente il piatto. Il suo ospite, stupito, si fa spiegare dall’interprete cos’è successo, e poi lo consola: Dio non può avercela con lui, perché l’ha fatto senza saperlo. Joinville non è persuaso, e appena può va a consultarsi col legato papale che accompagna i crociati. Il legato gli dà l’identica risposta che gli aveva già dato l’emiro; ma nemmeno il parere di un prelato basta a rassicurarlo, e Joinville di sua iniziativa comincia a digiunare a pane e acqua tutti i venerdì, per purificarsi di quel peccato involontario. Il confronto con i Saraceni, di cui riconosce volentieri la buona educazione e la generosità cavalleresca, induce spesso Joinville a riflettere sulla sua fede; ma le sue convinzioni ne escono sempre rafforzate. Il fatalismo dei Beduini lo scandalizza: sostenere che l’uomo può morire solo nel giorno stabilito equivale a dire che Dio non ha il potere di aiutarci. Un’idea del genere farebbe crollare l’intero sistema religioso di Joinville, perché la sua religiosità è tutta basata sul continuo dialogo con Dio, la Vergine e i santi, per chiedere il loro aiuto in qualunque occasione. Lui non solo ne è consapevole, ma gli pare anche ovvio che sia così, e lo dichiara candidamente: «Perché sarebbero pazzi quelli che servono Dio, se non credessimo che Lui ha il potere di allungarci la vita e di proteggerci dal male e dalle disgrazie». Questa sana attenzione ai vantaggi concreti fa sì che la sua religiosità così formalistica sia però anche piena di buon senso. Nel momento in cui la galera su cui è imbarcato viene circondata dalle galere dei Saraceni e sta per essere abbordata, Joinville e gli altri decidono di arrendersi, giudicando ogni resistenza impossibile. Uno dei suoi servitori, un cantiniere, dichiara che non è d’accordo. Joinville gli chiede che cosa vorrebbe fare, e il cantiniere dichiara fieramente: «Io dico di lasciarci ammazzare tutti, e così andremo tutti in paradiso». «Ma noi non gli demmo retta», conclude laconicamente Joinville, e del brav’uomo non si parla più. Un’altra volta, il santo re Luigi mentre chiacchierano gli pone un dilemma: preferirebbe essere lebbroso, oppure aver commesso un peccato mortale? Joinville risponde di getto che preferirebbe averne commessi trenta, piuttosto che essere lebbroso; e si guadagna una memorabile lavata di capo. Vivere accanto a un santo era difficile; per fortuna aveva il senso dell’umorismo, che è un’altra cosa che Joinville apprezza. Un gruppo di pellegrini armeni diretti a Gerusalemme attraversano l’accampamento dei crociati, e chiedono a Joinville di mostrare loro il santo re. Joinville, che quel mattino doveva essersi svegliato male, va da Luigi, seduto sotto la sua tenda sulla sabbia «senza neanche un tappeto», e gli fa: sire, c’è là fuori una folla di gente che chiede di vedere il re santo; ma io non ho mica intenzione di baciare le vostre ossa. Un altro a quest’uscita irriverente avrebbe potuto arrabbiarsi; invece San Luigi scoppia a ridere. Siamo nel 1251, il re ha 37 anni, Joinville molti di meno. Cinquantasei anni dopo, Joinville racconterà alla fine del suo libro di aver sognato che il re, tutto allegro, stava nella sua cappella al castello di Joinville. «E io gli dicevo: sire, quando partirete di qui, vi ospiterò in una casa che ho in un mio villaggio qui vicino. E lui mi rispose ridendo, e mi disse: Sire di Joinville, per la fede che vi devo, non ho intenzione di partire di qui tanto presto». Al risveglio, Joinville rifletté e decise che il santo aveva davvero voglia di essere ospitato da lui; perciò gli consacrò un altare nella cappella, e si mise alla ricerca di reliquie del re. Nonostante la sua età, non aveva nessuna fretta di rivederlo in Paradiso, ma ora era pronto a baciare le sue ossa.