Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  agosto 25 Giovedì calendario

Se saltano tutte le Province il risparmio sale a 2 miliardi - Eliminare tutte le province porterebbe un risparmio di due miliardi di euro

Se saltano tutte le Province il risparmio sale a 2 miliardi - Eliminare tutte le province porterebbe un risparmio di due miliardi di euro. Una bella somma, rispetto ai circa 300 milioni che si metterebbero da parte falcidiando solo le 29 previste seguendo i criteri della manovra. A fare questi conti, arrivando alla conclusione che le province vadano abolite e non accorpate, è, in un focus firmato dal docente della Bicocca di Milano Andrea Giuricin, l’Istituto Bruno Leoni, centro studi liberale con sede a Torino. Uno studio che prende in esame gli enti intermedi tra comuni e regioni, nei giorni in cui di province si discute nella manovra al vaglio del Senato: il decreto prevede infatti di cancellare quelle sotto i 300mila abitanti o con superficie sotto i 3mila chilometri quadrati. Teoricamente sarebbero 29, da Savona a Trieste, da Campobasso a Rieti, ma la cifra sicura la stabilirà il prossimo censimento Istat, che sarà pubblicato in autunno. Motivo per cui ieri i rappresentanti dei 29 territori in bilico si sono raccolti in una riunione fiume con il presidente dell’Upi (Unione delle province italiane), Giuseppe Castiglione, invocando un incontro col governo e chiedendo di stralciare dal testo le norme che li riguardano. «Più passa il tempo, e più le province esistono unicamente allo scopo di mantenere le proprie stesse strutture», scrive impietoso Giuricin, facendo un’analisi delle spese di questi enti. Negli ultimi anni, spiega, le spese provinciali sono state sì ridimensionate, ma la maggior parte dei tagli ha colpito le spese in conto capitale, quelle cioè destinate a investimenti, diminuite del 28,4% dal 2008 al 2009, mentre quelle correnti, che servono per far funzionare la macchina amministrativa, sono rimaste stabili. Sono diminuite dello 0,3% le spese per il personale, hanno continuato ad aumentare quelle per l’acquisto di beni e servizi anche nel 2009, mentre gli investimenti in opere pubbliche hanno subito un tracollo, sfiorando il -30%. «Questo indica - chiosa il docente della Bicocca - una pesante inefficienza nel processo di riduzione della spesa». Per questo, dice, non è logico il criterio adottato dal decreto sulla superficie e il numero di abitanti (che nell’ultimo censimento Istat, del 2001, erano meno di 500 mila nel 59% delle province). «Nonesiste un criterio economico o sociale per il quale l’ente Provincia sia necessario: tutte le loro funzioni possono essere svolte dai livelli di governo superiore o inferiore, oppure lasciate al mercato». Se venissero abolite le province tout court, ipotizza lo studioso, si eliminerebbero i costi di amministrazione e controllo (per quanto riguarda il personale si potrebbe pensare a una graduale riduzione tramite il blocco del turnover), si risparmierebbe circa un miliardo dalle economie di scala, e poi ancora più o meno 140 milioni di costo “politico” dell’ente. Al contrario, tagliuzzando solo qualche provincia «gran parte dei risparmi andrebbero perduti», valuta Giuricin: le economie di scala sarebbero inferiori, i costi di amministrazione da sforbiciare rappresentano il 20% del totale, una trentina di milioni si potrebbero recuperare dal taglio del costo della classe politica. Il saldo finale sarebbe di gran lunga inferiore, circa 300 milioni di euro: «Una riduzione non insignificante, ma certo insufficiente», il giudizio lapidario. Anche il presidente dell’Upi Castiglione, che domani vedrà il segretario Pdl Alfano insieme a Napoli dell’Anci e al presidente lombardo Formigoni, chiede che gli accorpamenti non avvengano tramite questo decreto, ma non certo per arrivare ad abolire tutte le province. La richiesta sua e dei territori interessati è di «dare mandato alle Regioni per riorganizzare il territorio, sulla base dell’iniziativa dei comuni», perché «la manovra non è il luogo idoneo per decidere il riassetto ordinamentale dello Stato» e c’è il rischio di un’impugnazione della norma da parte delle Regioni davanti alla Corte Costituzionale. Dall’Upi arriva il no ai tagli nei trasferimenti, e la richiesta di aumentare il numero dei consiglieri provinciarli. No di certo all’abolizione totale dei loro enti, come hanno proposto in tanti e ancora ieri sera il capogruppo Pdl Cicchitto all’incontro con il segretario Alfano: «A tutti quelli che discettano di abolizione delle province chiedo: perché non danno prospettive per il dopo? Chi si occuperà di 130mila km di strade provinciali, chi di sicurezza nelle scuole?», sospira Castiglione. Le province non sono però le uniche a criticare il loro destino come previsto in manovra: continuano le proteste dei piccoli comuni. «L’incidenza del taglio alla democrazia nei piccoli comuni sarebbe solo dello 0,023%», scrive l’Anpci, che chiama in piazza venerdì alle 14 davanti a Montecitorio. Per lunedì 29 è poi confermata la manifestazione di Milano indetta dall’Anci, a cui aderiscono anche Legambiente e Legautonomie. E se l’Associazione dei comuni ha avuto ascolto dai partiti, quello che «desta stupore», ha scritto ieri in una nota, «è il fatto che, da parte del governo, fino a oggi, non ci sia stata nessuna apertura al confronto».