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 2011  agosto 25 Giovedì calendario

“Botte e umiliazioni” Tutto iniziò a marzo coi quattro del NYT - È il rapimento di quattro giornalisti del «New York Times» a segnare l’inizio della crisi libica, sovrapponendosi all’attacco della Nato scattato il 19 marzo

“Botte e umiliazioni” Tutto iniziò a marzo coi quattro del NYT - È il rapimento di quattro giornalisti del «New York Times» a segnare l’inizio della crisi libica, sovrapponendosi all’attacco della Nato scattato il 19 marzo. I giornalisti sono Anthony Shadid, capo dell’ufficio di Beirut, Stephen Farrell, veterano dell’Afghanistan, e i due fotografi Tyler Hicks e Linsey Addario. La cattura avviene il 16 marzo ed è il direttore del «New York Times», Bill Keller, a darne notizia facendo sapere che «funzionari di Tripoli ci hanno assicurato che saranno rilasciati». La liberazione avviene cinque giorni dopo, quando il diplomatico turco Namik Tan li prende in consegna a Tripoli, dando l’annuncio via Twitter. A raccontare il rapimento è un articolo firmato dai quattro che il «New York Times» pubblica il 22 marzo. «Ci stavamo dirigendo in auto verso l’uscita orientale di Ajdabiya», la città della Cirenaica dove i ribelli tentavano di proteggere Bengasi dai tank di Gheddafi, «quando un’auto si è avvicinata a noi». A temere subito il peggio è l’autista, iniziando a gridare «sono in città, sono in città» per far capire che gli uomini del Colonnello hanno varcato le linee. E in effetti dentro l’auto si trovano soldati lealisti senza divisa. Il tentativo dell’autista è di non fermarsi. Ma i soldati sparano contro l’auto, gridano «Giornalisti!» e tirano fuori prima Tyler, poi Anthony, Steve e per ultima Linsey, unica donna. I fotografi tentano di proteggere macchine e obiettivi, ma i soldati gli sequestrano il materiale e dividono i quattro in due auto, portandoli fino ad una piccola casa poco distante, dove c’è una donna con un bambino piccolo mentre un soldato cerca di consolare entrambi. È questo il momento nel quale per la prima volta i giornalisti vengono picchiati dai soldati, che usano i fucili, li spogliano di ogni oggetto, li fanno inginocchiare e gli legano le mani con delle sciarpe. Uno dei militari toglie alla fotografa Lindsey le scarpe con voluta violenza e lei mormora «non voglio essere violentata». Ma in quel momento l’attenzione dei lealisti è tutta per Anthony Shadid, lo riconoscono come l’unico mediorientale e gli gridano contro «sei tu il traduttore? sei tu la spia?». I giornalisti vengono obbligati a stendersi a terra sullo stomaco, non vedono chi parla ma sentono uno dei sequestratori che ordina «Sparategli» e un altro che ribatte «Non si può, sono americani». Anziché sparargli, gli legano anche i piedi, non usano le pallottole ma le mani, per picchiarli. «Le botte erano più dure all’inizio, poi diminuivano per tutti, non facevano alcuna differenza per Linsey anche se donna», scrivono. Il tutto in un’alternarsi di situazioni opposte perché in alcuni momenti «prevale la gentilezza, la cultura dell’ospitalità, come quando ci portano datteri e succo d’arancio». La moglie di uno dei soldati apostrofa la fotografa chiamandola, in inglese, «asino» e «cagna». La prima notte è la più dura, poi i quattro vengono trasferiti a bordo di un pick up, si trovano nel mezzo di una sparatoria impossibilitati a muoversi, convinti di poter essere uccisi in qualsiasi istante. Sopravvivono e vengono consegnati a un altro gruppo che li porta davanti ad uno «sceicco» alla periferia di Ajdabiya. Li interroga, per poi dirgli a bruciapelo «potreste morire questa notte». Per altri due giorni vengono maltrattati, spostati, insultati e ingiuriati fino a quando non si accorgono di avere davanti un ufficiale dell’Intelligence militare, che gli dice «Non sarete più picchiati o legati». Da quel momento tutto cambia, gli vengono perfino consegnati dei libri di Shakespeare fino a quando un funzionario gli dice «siete sotto la tutela dello Stato», prima di consegnarli al diplomatico turco.