Cesare Maffi, ItaliaOggi 25/8/2011, 25 agosto 2011
L’8 PER MILLE È UNA VERA LOTTERIA
Ha raggiunto vette inattese la vivace polemica (lanciata in particolare dai radicali e dal Fatto quotidiano) su vantaggi, privilegi, sconti, agevolazioni, che in materia tributaria sono o sarebbero riservati, secondo i casi (ma spesso chi contesta, o non distingue, o fa confusione), a S. Sede, Stato della Città del Vaticano, enti ecclesiastici, Chiesa cattolica.
Soprattutto in rete si assiste a uno sfogo, inattesamente ampio, da parte di chi chiede che il mondo cattolico (chiamiamolo così, in sintesi) faccia la propria parte in questo periodo in cui si taglia e si tassa. C’è un tema che, più di ogni altro, richiederebbe un deciso aggiustamento, come ItaliaOggi aveva reso evidente ben prima che scoppiasse la disputa (“8 per mille, contributo intoccabile”, 15 luglio), spesso trascesa in toni propri di un anticlericalismo ottocentesco, che rischiano di far perdere la sostanza dei problemi. La faccenda è molto semplice: l’otto per mille.
Non è affatto vero quel che si dice e si scrive, che cioè con la dichiarazione dei redditi il contribuente destina l’otto per mille a una confessione religiosa, che poi è in larghissima misura la Chiesa cattolica. No. Il contribuente partecipa a un referendum, per votare la destinazione dell’otto per mille globale delle imposte sui redditi di tutti gli italiani. Non destina il «proprio» otto per mille direttamente. La cosa è così vera che potrebbe anche porsi un caso astratto, ma sintomatico. Poniamo che un numero di contribuenti estremamente limitato sul piano numerico, però ai vertici della torchiatura fiscale, indichi la confessione Y come destinataria dell’otto per mille; che quindi la percentuale dei richiedenti tale destinazione sia insignificante; conseguentemente, alla chiesa Y arriverebbe una somma inferiore al totale degli otto per mille sui redditi di chi ne aveva dato indicazione.
A parte questa stortura, c’è il fenomeno, ben più grave, del «non espresso per espresso»: la ripartizione, proprio perché basata su un referendum, tiene conto soltanto delle indicazioni esplicite. Diversamente dai referendum abrogativi, però, non c’è un quorum; quindi, una minoranza decide per la maggioranza. Sarebbe ben più ragionevole e rispondente alla logica del contributo a favore delle confessioni religiose se vigesse il principio che, a ciascuna chiesa, arriva la somma degli otto per mille esplicitamente indicati dai contribuenti.
Insomma: ciascun sostenitore di ciascuna confessione religiosa destinerebbe direttamente il proprio contributo, senza interferire con gli altri contribuenti. Attenzione: è esattamente quel che avviene con il cinque per mille, con lo Stato collettore per conto di ciascun contribuente che voglia compiere tale operazione (quindi, sono trattenuti all’erario tutti quei cinque per mille che i contribuenti non destinano specificamente).
Di fatto, a nulla sono valsi, negli anni andati, i richiami dei radicali perché fosse attivato il meccanismo, pur previsto dalla legge che dà applicazione al «nuovo concordato» Craxi-Casaroli, di revisione triennale della quantificazione dell’otto per mille. Ancor meno hanno fatto passi avanti i tentativi di rivedere su base pattizia lo stesso meccanismo, che tocca anche diverse altre confessioni religiose, tutte interessate a partecipare alla ripartizione delle quote per le quali i contribuenti non si siano espressi.
Ecco: piacerebbe che in questi giorni da parte del mondo cattolico, in luogo delle puntualizzazioni che appaiono sull’Avvenire e delle difese provenienti dalle più diverse parti, giungesse un’espressione di disponibilità a rivedere il meccanismo dell’otto per mille, per parificarlo, nell’attribuzione delle risorse, a quello del cinque per mille. Piacerebbe che giungesse una simile apertura anche da parte delle minori (numericamente) confessioni religiose che introitano dall’otto per mille. Ne basterebbe una, come monito ed esempio. Ma si può stare certi che calerà il silenzio.