Mara Gergolet, Corriere della Sera 24/8/2011, 24 agosto 2011
Canetti e Marie-Louise: nessun grande amore, lei era soltanto una del suo harem - Una storia lunga cinquant’anni e centinaia di lettere
Canetti e Marie-Louise: nessun grande amore, lei era soltanto una del suo harem - Una storia lunga cinquant’anni e centinaia di lettere. O meglio, un’illusione di appartenenza, che ha nutrito libri (per lui) e quadri (per lei), che si credeva reciproca e che invece gli anni hanno rivelato per quel che era: un amore totale, per la scultrice Marie-Louise Motesiczky; un legame con una donna che era solo una delle tante, per Elias Canetti. La corrispondenza — che si legge come un romanzo — tra il premio Nobel, «l’ultimo grande scrittore mitteleuropeo», e la scultrice, da qualche anno celebrata e paragonata a espressionisti come Kokoschka, è stata appena pubblicata in Germania («Liebhaber ohne Adresse», Briefwechsel 1942-1992, Hanser, München). Non che il legame fosse ignoto. Canetti è uno dei soggetti principali della Motesiczky. Ma non si conoscevano i contorni drammatici della loro relazione. I due si incrociano a Vienna negli anni Trenta. Marie-Louise appartiene a una famiglia dell’aristocrazia ebraica ricca e colta. Nella casa sul Ring Hofmannsthal recitava le sue prime poesie. Elias è un immigrato arrivato dal paesino bulgaro di Ruse che con energia e carisma si fa strada nelle cerchia intellettuale viennese. Ma è a Londra, entrambi in fuga dal Terzo Reich, che le loro strade s’intrecciano. Lei gli offre aiuto, ricrea un piccolo mondo émigré asburgico. Diventano amanti. Una relazione nota (come altre) alla moglie di Canetti, Veza, che si accontenta nell’harem del marito di essere rispettata dalle amanti più giovani. Ma il loro è anche un rapporto tra due artisti. Lui crede nei suoi quadri (che lei non ha necessità di vendere, tanto che verrà scoperta solo negli anni 80 e subito esposta alla Tate). Le scrive «che ragazzo pieno di talento sei!» (usando il maschile). Lei prova soggezione di fronte a un intelletto mobilissimo e magnetico, a cui per decenni scriverà intermezzando il Tu al Lei. Però Canetti, quando è per lunghi periodi a Londra, vive da lei: qui ha uno studio, la sua biblioteca. E alla morte di Veza Canetti, Marie-Louise crede che sia solo per una forma di rispetto verso la moglie scomparsa che non le chiede — lei ha ormai oltre 60 anni — di sposarla. Poi, nel 1973, l’atroce delusione. Marie-Louise scopre per caso, da due giornalisti, che Canetti un anno e mezzo prima si è sposato a Zurigo con una giovane restauratrice, Hera Buschor, da cui ha una figlia. Scrive alla donna, si umilia spiegandole che la madre 91enne vive «nell’illusione che io da trent’anni appartenga a Canetti» pregandola di non fornire alla stampa foto di loro due insieme, perché la vecchia potrebbe vederle. Scrive anche a Canetti. E lui, nella risposta, prima le dice «vedo nero per Israele» (eravamo al tempo della guerra dei Sei giorni, ndr), poi le parla delle sue «conferenze, conferenze, conferenze; la Fiera di Francoforte, sempre gente». Poi la rassicura che tornerà presto a Londra, «il posto dove sto meglio e forse riuscirò a scrivere». Torna sempre, nelle lettere, l’ossessione della scrittura, l’unico approdo veramente cercato da Canetti, mentre Marie-Louise vorrebbe altre parole. Lei insiste a cercarlo: «Ricorda — gli dice — che negli ultimi dieci anni il mio amore per te ha affondato le radici a una profondità dove non si può più recidere». Invano. Nel 1983, senza aver mai superato il trauma, sentendo su di sé ancora in rigetto e il rifiuto a favore di una donna giovane che, a differenza di lei, avrebbe potuto essere madre, lo supplica: «Ti prego di non scrivermi più». Dieci anni dopo, la National Portrait Gallery commissiona alla Motesiczky ormai famosa un ritratto di Canetti. Marie-Louise lavora solo con una vecchia foto e i ricordi a quello che sarà il suo ultimo quadro. Ma stavolta sarà Canetti a non apprezzarlo.