Emanuele Macaluso, Il Riformista 24/8/2011, 24 agosto 2011
Polemiche ingenerose su Corrao e Gibellina - Domenica 14 agosto la Repubblica ha pubblicato un articolo di Francesco Merlo, “Il Senatore ucciso dal suo Saiful e il disastro delle utopie siciliane”
Polemiche ingenerose su Corrao e Gibellina - Domenica 14 agosto la Repubblica ha pubblicato un articolo di Francesco Merlo, “Il Senatore ucciso dal suo Saiful e il disastro delle utopie siciliane”. Il Senatore era Ludovico Corrao di cui, dopo la sua morte, ho scritto su questo giornale. Sono amico di Francesco Merlo e il suo articolo aveva provocato in me amarezza e irritazione. Volevo replicargli ma proprio in quei giorni non sono stato bene e non ho scritto. Lunedì Il Foglio dei Fogli ha ripubblicato l’articolo e ho avvertito le stesse sensazioni del 14 agosto. Questa volta scrivo, anche perché Corrao è morto e non può replicare. Sia chiaro, alcune cose che Merlo dice su Gibellina e sui riti e la retorica di una certa Sicilia sono vere e ben descritte, ma certi giudizi sommari sono a mio avviso sbagliati e in contrasto con la verità. Anzitutto il giudizio su Corrao, Milazzo, Pignatore altri esponenti della Dc che nel 1958 (dico 1958) si staccarono dalla potente Dc di Fanfani (42%) per una ”avventura” politica senza più certezze. Li mosse il coraggio, l’onestà e il convincimento che la Sicilia con l’autonomia poteva avere un destino diverso da quello che aveva conosciuto. Non fu così, ma onore a chi rischiò tutto. Merlo descrive così la cosiddetta “operazione Milazzo”: «Fu un terremoto anche il passaggio di Corrao dalla Dc degli agrari di Scelba al Pci dei capi contadini, verso l’intrallazzo del milazzismo, che giustamente per Sciascia fu errore di immoralità - E rincara la dose: «Pensate: il peggio della Dc di allora, insieme al Msi e al Pci - veri fascisti mussoliniani e veri comunisti stalinisti agli ordini di una pattuglia di veri democristiani che letteralmente compravano i deputati regionali e assoldavano pure qualche mafioso». Quindi gli industriali siciliani, guidati dal liberale Domenico La Cavera, espulso dalla innocente Confindustria per il suo sostegno al governo Milazzo, erano stalinisti, fascisti, o mafiosi? E con loro tanti preti e cattolici scomunicati dal buon pastore che fu il Cardinale Ruffini, il quale pubblicò un editto contro chi parlava di mafia «diffamando la Sicilia». Recentemente Merlo ha scritto su Repubblica a proposito del mio libro, Sciascia e i comunisti, nel quale raccontavo con documenti il dissenso tra me e lo scrittore siciliano sull’operazione Milazzo, e su questi non ho avuto la possibilità di leggere i giudizi dello stesso Merlo. In quel libro scrissi, ancora una volta, che il governo Milazzo (dove c’erano un cristiano sociale, un socialista, un indipendente eletto nel Pci, e il Msi) appoggiato con convinzione dal Pci ebbe il compito essenziale di preparare le elezioni del 1959. Quel governo di emergenza democratica nacque per respingere due atti autoritari: del Presidente della Regione Siciliana, La Loggia, che sfiduciato non si voleva dimettere e di Fanfani che voleva imporre un suo uomo ripetutamente bocciato dall’Assemblea Siciliana. La quale, invece, elesse Milazzo presidente e il Capo della Dc gli chiese di dimettersi subito: il suo rifiuto fu sanzionato con l’espulsione dal partito. Le elezioni del 1959, caro Francesco, si svolsero con due schieramenti: Cristiano sociali, Comunisti e Socialisti da una parte; Dc, Msi, Monarchici e Liberali , uniti dal “patto anticomunista” dall’altra. Tutti gli apparati pubblici, prefetti in testa, e quelli privati, mafia in testa, si schierarono col “patto anticomunista”. È la storia! La Sicilia si spaccò in due: tu dici che i buoni erano i secondi i cattivi i primi. Ognuno è libero di interpretare i fatti come crede. Infine, a proposito del giudizio sprezzante sull’opera di Corrao a Gibellina, vorrei ricordare che Leonardo Sciascia nel 1988, ventesimo anniversario del terremoto, già molto malato, un anno prima di morire, andò a Gibellina e pronunciò un discorso bellissimo (l’ho pubblicato nelle Ragioni del Socialismo) in cui rievocò il duca di Camastra che, come alter ego del re, aveva presieduto la ricostruzione dei paesi della Val di Noto abbattuti dal terremoto del 1693. Sciascia concludeva il suo discorso con queste parole: «Dopo il terremoto del Belice, lo Stato italiano -bisogna pur dirlo- non era pronto ad accogliere un’istanza di ricostruzione della miseria: si sperava forse appunto, nella fuga, nell’abbandono, nell’aprir bottega altrove; ne è dimostrazione il fatto che la così detta legge del due per cento, la legge che devolve il due per cento della spesa per le opere degli abbellimenti artistici, sia stata sospesa e invalidata per la ricostruzione di questi paesi. Vietata l’arte, vietata la bellezza: quasi si volesse che tutto fosse più brutto di prima, che la gente non riconoscesse, non si riconoscesse. Intenzione o inconscio desiderio o semplicemente carenza, nella classe di potere, di una sia pur vaga idea di ciò che abbellisce la vita e la fortifica più volte, qui intorno, è andata a segno; ma che qui a Gibellina ha trovato un centro di resistenza. Perché si può discutere quanto si vuole di quel che nell’amministrare il paese ha fatto Ludovico Corrao, ma è certo che la sua sagace operosità è valsa a creare un senso che si potrebbe definire di promessa. Ha dato insomma il senso che la vita non è altrove, ma che può essere anche qui». Anche questo è Leonardo Sciascia.