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 2011  agosto 24 Mercoledì calendario

IL LIBRO È FINITO? CI SCRIVO UN LIBRO

Notizia bomba per alcuni utenti di Twitter. Brian Shelter, prodigio e guru dei social network del New York Times, ha annunciato ai suoi 64.373 “fedeli” che scriverà un libro. Ovvia domanda: e allora?
NON CHE dubiti della sua capacità di farlo. Brian Shelter è bravissimo nell’alzare l’asticella e varcarla. Per il mondo dei “twitterini” è un idolo. Ai suoi seguaci non nasconde nulla: l’anno passato ha perso oltre 40 chili seguendo una dieta puntigliosamente documentata su Twitter. Oddio, considerato che passa la giornata dinanzi alla tastiera e non ha nemmeno il tempo di mangiare, non sembra una grande impresa. Insomma Brian è un vero fenomeno tanto che c’è chi ha persino scherzosamente dubitato della sua esistenza. “Non riesco a fare a meno di sospettare che Brian Shelter sia un robot assemblato negli scantinati del New York Times”, ha detto David Carr, altro esperto di social network del mio giornale.
E quindi non c’è dubbio che sia in grado di scrivere un libro. Ma perché? E per essere più chiari: perché così tanta gente vuole scrivere un libro? Difficile rispondere visto che la morte del libro viene annunciata praticamente una volta all’anno e le esequie vengono celebrate con interviste a intellettuali, scrittori, filosofi, sociologi, maestrini del pensiero e via dicendo. Sono anni che
ascoltiamo la solita nenia:
con l’e-book è tramontata
l’era del libro tradizionale.
Un’altra morte annunciata più volte è quella del romanzo. Philip Roth in una recente intervista ha reso nota la sua intenzione di non leggere più romanzi essendo la fiction un genere superato. Ma Roth ha anche intenzione di cambiare mestiere? Sarebbe un vero peccato. Sono anni ormai che i profeti populisti dei nuovi media fanno risuonare le campane a morto per i libri e, in realtà, il mercato del libro è in fase declinante dal 2005, stando ai dati dell’Associazione americana editori. Questa tendenza se, da un lato, mi avvilisce per lo stato di salute della nostra civiltà, dall’altro viene da me accolta con un certo colpevole sollievo. Certo i libri mi mancherebbero – e mancherebbero ancora di più ai miei figli – ma per lo meno la morte del libro
metterebbe fine a
questa grottesca commedia nella quale tutti quelli che lavorano per me stanno scrivendo o aspirano a scrivere un libro. Così finalmente potrebbero rimettersi a lavorare e magari la smetterebbero di annunciare la morte del libro.
Ogni mese un giornalista entra nel mio ufficio e mi chiede un anno sabbatico per scrivere un libro. Pazientemente spiego che scrivere un libro è un lavoro lento, solitario, noioso, frustrante e che, con qualche eccezione, il risultato è destinato a ricevere, nel migliore dei casi, recensioni tiepide, a vendere appena qualche migliaio di copie e a coprirsi di polvere sugli scaffali delle librerie. Ogni volta racconto la mia esperienza di scrittore fallito. Ho iniziato due libri senza riuscire a finirli e sto ancora restituendo gli anticipi che mi avevano dato.
Ma il mio impegno non li scoraggia . E la schiera degli scrittori si ingrossa. E così scrivono libri di guerra, libri di spie, libri sulla diplomazia, libri sul baseball, sulla Cina e persino sul basket in Cina. Sulla recente crisi finanziaria i miei giornalisti hanno scritto una mezza dozzina di tomi. Uno su George W. Bush (più un altro in gestazione) e un altro sulla famiglia Obama (più un altro in corso d’opera). Poi ci sono i libri di cucina, di viaggi, di giochi e di cinema. Per non dimenticare un libro che spiega la lingua inglese, un libro che spiega la lingua francese e una serie di biografie (Edward Kennedy, Virgil Thomson, Einstein) e memorie (La mia giovinezza in Alabama, la mia giovinezza in Liberia, La mia giovinezza da cattolico). Altri
temi gettonati: il cancro, il
jazz, la fisica, il matrimonio, il tempo. Una volta due giornalisti hanno scritto – contemporaneamente!! – un libro sul loro cane.
Tra tutti i miei columnist, uno solo, ripeto uno solo, non ha scritto nemmeno un libro. Dai libri dei miei colleghi ho appreso cose interessanti. Sono venuto a sapere, ad esempio, di aver assunto un giornalista finanziario talmente indebitato da non riuscire a pagare il mutuo della casa, un esperto di mass media dedito al crack e un critico di gastronomia con precedenti nel campo dei disturbi alimentari.
Confesso di non essere stato un buon esempio. Ho firmato un contratto con due case editrici e non ho finito di scrivere i libri che mi avevano commissionato, ma sono riuscito a scrivere una breve biografia di Nelson Mandela per “giovani lettori” e ho scritto qualche prefazione. Qui al New York Times il cerchio magico è perfetto: scriviamo libri, li recensiamo, li consigliamo e li pubblichiamo. Niente male, vi pare?
ASSECONDIAMO i nostri scrittori perché vogliamo che siano felici e parte del loro prestigio finisce per tornare utile al NYT. Ma paghiamo un prezzo. Quando si mettono a scrivere, i giornalisti non fanno più il loro lavoro e vanno sostituiti. Quando tornano al lavoro si stabilisce uno strano rapporto tra i loro libri e quello
che scrivono sul giornale. E poi
capita che debbano recensire
i libri dei colleghi. E qui sono
dolori, a meno che decidano
di non recensirli.
Insomma perché il libro non è ancora morto? Forse grazie al libro elettronico o forse perché quest’industria “medievale” sta rivelando insospettate capacità di risorgere dalle sue ceneri. Ma questo non spiega per quale ragione così tanta gente vuole scrivere libri. Gli scrittori scrivono per ragioni che hanno pochissimo a che vedere con il denaro e, contrariamente a quanto potreste pensare, ancor meno con il masochismo. Scrivere una storia, risolvere un mistero, argomentare una tesi dà veramente soddisfazione. Certo dà molta più soddisfazione averlo fatto che farlo. E poi aver scritto un libro è come aver vinto un trofeo, come essere entrati a far parte di un club esclusivo dove tutti si salutano amichevolmente e si danno pacche sulle spalle.
*Direttore del New York Times
(c) The New York Times Traduzione di Carlo Antonio Biscotto