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 2011  agosto 24 Mercoledì calendario

Caccia al tesoro del regime: vale 200 miliardi - Un mare di soldi. Tanti quanti poteva metterne insieme il maha­raja di Bangalore ai tempi di Salga­ri; o quanti ne hanno il sultano del Brunei e Paperon de’ Paperoni, che come ognuno sa possiede ad­dirittura una piscina rigurgitante di monete d’oro e sacchi di banco­note per i suoi bagni rigeneranti

Caccia al tesoro del regime: vale 200 miliardi - Un mare di soldi. Tanti quanti poteva metterne insieme il maha­raja di Bangalore ai tempi di Salga­ri; o quanti ne hanno il sultano del Brunei e Paperon de’ Paperoni, che come ognuno sa possiede ad­dirittura una piscina rigurgitante di monete d’oro e sacchi di banco­note per i suoi bagni rigeneranti. È il tesoro di Gheddafi. Quello a cui tutti stanno dando la caccia. Soldi serviti - e ancora servono, in queste ore cruciali, sotto il nero cie­lo di Tripoli, perfino ora che la For­tun­a sembra avergli voltato defini­tivamente le spalle - a pagarsi una resistenza feroce, ottusa, accani­ta. A oliare una macchina da guer­r­a in mano a una puglia di fedelissi­mi cui sono state fatte promesse miliardarie e a un manipolo di te­ste di cuoio africane pagate al gior­no quanto non hanno mai visto in un intero anno passato a lavorar di mitra e di machete nel cuore nero del continente. Ma il terreno di gio­co di Gheddafi, in questa partita fi­nale col Destino, si restringe sem­pre più. Ieri- ed è stato come se i ri­belli già esibissero il suo scalpo - è stato mostrato il bottino messo in­sieme in una delle ville del Capo, saccheggiata da cima a fondo. Abi­ti di gran lusso firmati, revolver con manici in madreperla e d’ar­gento, intere scatole di dopobarba firmati Davidoff e Armani. Gli stes­si hobby, le stesse debolezze di Saddam Hussein e di ogni boss che si rispetti. Nessuno, naturalmente, forse neppure lui sa esattamente quan­to valga il tesoro del raìs. C’è chi di­ce 200 miliardi di euro, ma è un cal­co­lo che rischia di essere approssi­mato per difetto. Per esempio: rientrano nel calcolo le 144 tonnel­late di lingotti d’oro custoditi nei caveaux della Banca Centrale libi­ca? E i 25 miliardi di euro che se­condo i bene informati il colonnel­lo teneva pressochè a disposizio­ne nelle sue residenze, in caso di urgente necessità di «contanti»? E il 33 per cento della «Triestina cal­cio», il 2 per cento di Finmeccani­ca, il 33 di Olcese manifatture piut­tosto che il 7,5 per cento della Ju­ventus, sono stati messi nel calco­lo, o no? Privarlo del contante, dei titoli, delle azioni; prosciugare la pisci­na in cui ancora nuota beato, men­t­re i colpi di mitra e di pistola risuo­nano sotto le finestre del suo bunker è fondamentale, natural­mente, per indurlo alla resa e semi­nare lo scompiglio tra le fila dei mercenari e indurli alla rotta. Per vedere la bandiera verde della Ja­mahirja sparire per sempre dai cie­li del Maghreb. È questo l’obiettivo al quale si stanno dedicando da settimane (ma il cappio si è stretto solo negli ultimi giorni) le Nazioni Unite, la Casa Bianca e l’Unione Europea. L’ultima in ordine di tempo ad an­nunciare che il patrimonio dei Gheddafi sarà congelato (e succes­sivamente messo a disposizione del nuovo governo) è stata la Ban­ca nazionale austriaca, nei cui for­zieri il figlio di Gheddafi, Saif, det­to «la spada dell’Islam»,aveva con­vogliato vagoni di euro. La caccia ai beni del raìs è in pieno svolgi­mento anche a Londra. Secondo le valutazioni della stampa britan­nica, Gheddafi possiede circa 20 miliardi di sterline (qualcosa co­me 23,4 miliardi di euro) in conti bancari, proprietà commerciali ol­tre a una casa da 10 milioni di sterli­ne nel quartiere chic di Hamp­stead. Alla grande retata in corso in queste ore si devono aggiunge­re i 30 miliardi di dollari congelati negli Stati Uniti. C’è poi la «Ghed­dafi corporation », che secondo al­cune stime arriva a 120 miliardi di dollari complessivi, un tumultuan­te fiume di soldi risultante dalla creazione di tre fondi di investi­mento: la Lybian investment au­thority (Lia) e la Lybian arab forei­gn investment company ( Lafico) a cui si aggiunge la Laafico, finanzia­ria per l’Africa in cui ci trovi di tut­to: dai succhi di frutta ai diamanti al legno pregiato alle ville per i na­babbi del Congo. Un altro mare di soldi dove il confine tra proprietà pubblica e cassa privata della fami­glia è, come dire: «cosa nostra».