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 2011  agosto 24 Mercoledì calendario

«Benvenuti a palazzo Gheddafi» E parte il saccheggio della casa - I ribelli abbattono tutte le statue L’esultanza dopo la razzia: «Hai visto che cosa ho trovato?» «W elcome to Bab al Ai­zizya », benvenuti a Bab el Azizia, gri­da un uomo agitando il suo kalash­nikov, davanti all’entrata princi­pale di quello che resta dell’enor­me compound di Muammar Gheddafi

«Benvenuti a palazzo Gheddafi» E parte il saccheggio della casa - I ribelli abbattono tutte le statue L’esultanza dopo la razzia: «Hai visto che cosa ho trovato?» «W elcome to Bab al Ai­zizya », benvenuti a Bab el Azizia, gri­da un uomo agitando il suo kalash­nikov, davanti all’entrata princi­pale di quello che resta dell’enor­me compound di Muammar Gheddafi. Il simbolo del potere del colonnello è caduto ieri nella mani dei ribelli poche ore prima del tramonto. Sono migliaia, en­trano a tutta velocità a bordo dei loro pick up- il nome della brigata scritta con una bomboletta spray sulla portiera- su sgangherati mo­torini, a piedi.C’è perfino qualcu­no­che arriva pedalando su una bi­cicletta, il cestino davanti ricoper­to da una bandiera delle rivoluzio­ne­nera, verde e rossa - dietro un sellino per bambini. Le due cerchia di mura del «ca­stello » del rais, verdi e bianche, so­no crivellate di colpi. Una parte è collassata a causa dei bombarda­menti della Nato, che hanno sven­tra­to anche l’asfalto del viale d’en­trata. Su un enorme cancello in metallo, i fori dei proiettili fuma­no ancora, mentre alte colonne di fumo nero si sollevano da diversi edifici. In migliaia si sono riversati ieri sera a Bab al Azizya, ribelli, rivolu­zionari, euforici abitanti di Tripo­li e delle cittadine vicine. Entrano ed escono dalle stanze di quello che era fino a poche ore prima il re­gno del colonnello Gheddafi, defi­nitivamente segnato dalla violen­ta battaglia del pomeriggio, dura­ta ore. Portano via di tutto: casse di fucili, un televisore a schermo piatto, intere valigie di oggetti, tal­mente piene da non chiudersi completamente.Un uomo trasci­na sull’erba del vasto giardino del compound un carrello dorato, di quelli per i liquori.Un ragazzo sal­ta con i­n testa un cappello da gene­rale dell’esercito libico, una pisto­la dorata alla mano. «Avete visto cosa ho trovato?», grida. C’è eufo­ria ma anche molta tensione e in certi momenti ieri era difficile ca­pire se i colpi di mitragliatrice pe­sante fossero in segno di celebra­zio­ne o un nuovo attacco dei soste­nitori del regime. «Ho in corpo sei proiettili, ma ho continuato a combattere per sei mesi», dice Hamza Ali. Pochi secondi dopo, un ribelle centra con un Rpg l’enorme aquila in metallo - uno dei simboli del regime- che sovra­sta la cupola rosa di uno degli edifi­ci. Al piano terra di quella che ne­gli anni Ottanta era la casa del rais, bombardata dagli Stati Uniti, in quello che resta di una enorme teca ci sono le vecchie bombe sca­rica­te dai jet americani sull’abita­zione, trasformata poi in un mu­seo. Di fronte, in uno spiazzo, un enorme pugno dorato spezza con forza un aereo da guerra. Decine di giovani uomini armati fanno la fila per farsi fotografare davanti al monumento.Da qui Gheddafi,al­l’inizio della rivolta di febbraio, ha tenuto il suo ormai celebre di­scorso, in cui definiva i rivoluzio­nari «ratti», da stanare strada per strada, vicolo per vicolo. E nel grande giardino di palme del com­pound - dove sfrecciano suv e pi­ck up carichi di armi saccheggiate in qualche deposito vicino - an­che le celebri tende in cui il rais amava viaggiare e farsi riprende­re assieme al suo entourage sono state strappate e abbattute. Ma di lui, mentre i ribelli celebrano la vit­toria nel cortile della sua casa, tra quelle rovine non c’è traccia.