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 2011  agosto 24 Mercoledì calendario

I dolori del giovane Claudio Bisio - Dici 1991 e l’appassionato di Storia non ha dubbi: si tratta dell’anno in cui si dissolve l’Unione Sovietica, finisce la guerra fredda e Boris Eltsin scalza Michail Gorbaciov dal trono del Cremlino

I dolori del giovane Claudio Bisio - Dici 1991 e l’appassionato di Storia non ha dubbi: si tratta dell’anno in cui si dissolve l’Unione Sovietica, finisce la guerra fredda e Boris Eltsin scalza Michail Gorbaciov dal trono del Cremlino. L’appassionato di musica rock, invece, lo sa a memoria: il 1991 è l’anno del «grunge», la nuova musica che pesca nel passato e urla al futuro, che ha come centro d’irradiazione il Nord Ovest americano, in particolare la città di Seattle, dove vivono e operano Pearl Jam, Soundgarden e soprattutto Nirvana. In Italia? I numeri - che non mentono mai - raccontano di un anno confuso, un anno di passaggio, un anno in cui Michael Jackson sta spalla a spalla con Riccardo Cocciante. «Black Or White» (Jackson), supportato da un video spettacolare, con costosissimi effetti speciali d’avanguardia che oggi è possibile replicare su un computer portatile, è il terzo singolo più venduto dell’anno. Il secondo è «Se stiamo insieme», appunto di Cocciante, vincitore annunciato del Festival di Sanremo, con un grido disperato («Non lo posso accettare!») e un testo di Mogol che è il punto di forza di un’anomala eppure tradizionale canzone d’amore all’italiana. Ma al primo posto, sintesi estrema di quanto di nuovo e d’antico si agita nell’immaginario nazionale, c’è «Rapput», una strana canzone recitata, più che cantata, e una strana coppia di autori/interpreti, strana davvero. Uno è Claudio Bisio, attore nato a Novi Ligure e cresciuto a Milano, che ha studiato alla scuola del Piccolo Teatro e fa parte del giro dei «Comedians» di Paolo Rossi e Gabriele Salvatores: è già stato in tv, a «Zanzibar», a «Su la testa!» e «Cielito Lindo». L’altro è Rocco Tanica, nome d’arte di Sergio Conforti, il più bravo dei bravissimi strumentisti che danno vita al gruppo finto demenziale che si fa chiamare Elio e le Storie Tese: Conforti/Tanica, per dire, ha suonato per Fabrizio De André (suo è l’assolo in «Don Raffaè») e per Massimo Ranieri (sua è l’introduzione pianistica di «Perdere l’amore», che ha vinto a Sanremo tre anni prima di Cocciante). La strana coppia mette insieme un «rap», come si dice adesso, all’inizio degli anni Novanta, ora che la grande novità della musica dei neri americani è stata digerita, assimilata, italianizzata. Ci sarà una ragione se il «rap» all’italiana, almeno quello che sembra incontrare il favore del pubblico, ha più che l’altro l’ambizione di far ridere. Se a fine Anni Ottanta il tormentone è stato «C’è da spostare una macchina», di Francesco Salvi, e se almeno finora anche Jovanotti è stato dai più percepito come un personaggio ai confini del cabaret, buono per far spettacolo e al limite per finire in televisione. Il cantato che diventa parlato, cifra stilistica dell’hip-hop americano, evidentemente (e misteriosamente, in fondo) finisce per ricollegarsi senza sforzo alla tradizione nazionale della canzone umoristica, la grande espressione incompresa della cultura pop italiana, la linea che, passando per Buscaglione e Carosone, arriva - appunto - fino a Elio e le Storie Tese. È una linea antiretorica e ironica che prende di mira i luoghi comuni. E quale luogo è più comune, in Italia, della canzone d’amore, meglio, della rima cuoreamore? Nessuno, evidentemente. Di che cosa parla, anzi rappa, «Rapput» è presto detto: lei se ne va in Grecia con l’amica del cuore, Giovanna. Lui rimane a casa, solo, e pensa a lei, e una sensazione poco gradevole comincia a farsi strada: tutti quei pescatori greci, tutti quei turisti, e poi perché fare le vacanze senza di lui? Una storia minima nella quale non è difficile riconoscersi, con un urlo trattenuto eppure liberatorio, tanto più che Bisio, si capisce, non ha il fisico né la reputazione del bieco maschilista. Dell’ingenuo che mente a se stesso, semmai, dello «sfigato», come si comincia a dire in questo periodo. Confessarsi sfigato e finire al numero uno in classifica: un paradosso molto Anni 90.