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 2011  agosto 24 Mercoledì calendario

Phillips Adam

• Cardiff (Gran Bretagna) 1954. Psicoanalista • «[...] è una psicostar. Non si può separare l’opera dall’autore, dal contesto che si è creato (o ha creato) intorno a lui. Chi altri potrebbe pubblicare con successo un libro Sul bacio, il solletico e la noia? Nessuno psicanalista è al momento oggetto di paragonabile idolatria: ha scavalcato anche James Hillman. [...] Phillips corre sull’esiguo e per questo inebriante confine tra enunciazione dell’ovvio e disvelamento di una realtà che tutti vedono e nessuno nota, tra intuizione e ripetizione, creando due schieramenti: chi gli riconosce genialità e chi cialtroneria. Analista di letterati (nel suo studio di Notting Hill vanno tra gli altri Hanif Kureishi e Will Self) è letterato lui stesso. Sostiene che la psicanalisi è più affine alla poesia che alla medicina e fornisce con questo ai suoi detrattori l’opportunità di sostenere che non offre soluzioni, ma versi variamente acconciati. [...] Gallese, discendente da una famiglia di ebrei polacchi, Phillips ha conosciuto molti interessi, soprattutto l’ornitologia tropicale, prima di quello definitivo: la psicanalisi. L’ha declinata in forme narrative e l’ha dedicata ai bambini, diventando specialista infantile all’ospedale Charing Cross di Londra. Sposato con una critica letteraria, ha adottato una bambina cinese a cui dedica il tempo libero. Rifugge dalla mondanità, non partecipa ai talk show. Eppure è diventato una psicostar. Lo aiuta l’aspetto: assomiglia a Bob Dylan. Lo aiuta la clientela vip che ne tramanda la fama. Nessuno, dicono, è mai uscito dal suo studio sentendosi meglio. E lui ritiene che se così fosse avrebbe sbagliato tutto. Molti ne escono però con la piacevole ebbrezza di chi si è ubriacato di storie, foss’anche le proprie e nulla più. Lo stesso Kureishi, che non a caso ha creato molti personaggi psicanalisti [...] diceva sul palco del Festival della Letteratura a Mantova: “Lo invidio: le storie vanno da lui, anziché viceversa. Anche se forse guadagna meno”. Ma da quando scrive libri Phillips insegue il reddito degli autori di bestseller. Il Times lo ha definito “il Martin Amis della psicanalisi”. E questo è: prende una materia scientifica e la rende narrativa. [...] Phillips parte dalla “convinzione che qualsiasi teoria psicanalitica destinata a riscuotere l’interesse dei soli addetti ai lavori difficilmente valga la pena di essere letta”. Senza diventare per questo un divulgatore cerca (e trova) una platea più ampia, pubblica su riviste non di settore, sceglie temi universali e approcci quasi colloquiali. Se la psicanalisi è una detective story lui è un Holmes che indaga sul furto di una merendina. Ma quel che conta non è forse il metodo? E la soluzione del giallo, allora? Questa appare una pretesa superata, giacché “la psicanalisi è una storia e insieme un modo di raccontare storie che fa sentire meglio alcune persone”. E dunque, c’era una bambina di otto anni che alla fine di una seduta disse: “Quando giochiamo coi mostri e la mamma mi cattura, non mi uccide mai, mi fa solo il solletico”. E un’altra (o la stessa?) che racconta quanto le piaccia andare in campagna perché esce “in cerca di mucche, uccelli, baci e cose simili”. C’è sempre una bambina a detonare le storie (e/o le analisi) di Phillips, come nel suo incantevole La scatola di Houdini, dedicato all’arte della fuga. Ci sono sempre i bambini del Charing Cross, così impegnati dai loro genitori da rattristarsi alla sola domanda: “Ti annoi mai?” e rispondere: “Non mi è consentito”. Poi si procede per considerazioni che rivelano una curiosa familiarità. Che cosa ci ricorda: [...] più famoso (o famigerato) dei suoi aforismi: “La masturbazione non è soltanto sesso sicuro, è anche incesto sicuro”. Curatore dell’opera omnia di Freud, la psicostar condisce di riferimenti alla sessualità le sue osservazioni: “Solleticare significa sedurre, spesso attraverso il divertimento”, “Il bacio, sfumando il confine tra il normale e il perverso, è la rappresentazione ammessa in pubblico della vita sessuale privata”, “Il bambino annoiato è in attesa di se stesso”, sottinteso di un se stesso che lo faccia divertire, come in un episodio masturbatorio, al di là del solletico e del bacio. Phillips farcisce la sua narrazione di riferimenti a Freud, Lacan, Winnicott, ma la interrompe con citazioni da Stendhal, Beckett e perfino (autoironicamente?) Dylan. Arriva a conclusioni mai definitive, introdotte da formule che esprimono modestia o incompleta adesione: “Credo che la noia protegga l’individuo rendendogli tollerabile quell’esperienza impossibile che è l’attesa di qualcosa che non si sa bene cosa sia”, “Dei baci si può dire, nonostante i nostri dubbi, che sono una minaccia e una promessa”, “Forse in quel trauma cumulativo che è l’evoluzione abbiamo fatto l’esperienza del solletico, ma ne abbiamo differito il significato”. Affermano i suoi detrattori (per lo più psicanalisti che si sentono molto scienziati e poco poeti): invertendo l’ordine delle sue affermazioni il concetto non cambia. In effetti, frasi come: “La propensione alla solitudine può essere paragonata alla propensione verso certe categorie di persone”, se estrapolate dal contesto, avallano questa tesi. Dietro la quale, certo, si annida l’invidia di chi è psico, ma non star. Di chi si è spinto a definire Phillips un “arrogante, per troppo tempo non contraddetto”. Nessuna replica, va da sé, dall’autore di Elogio della gentilezza. [...]» (Gabriele Romagnoli, “la Repubblica” 2/2/2011).