Varie, 24 agosto 2011
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Khanna Parag
• Kanpur (India) 27 luglio 1977. Politologo. Esperto di geostrategia alla New America Foundation. Tra i suoi libri I tre imperi, Come si governa il mondo (entrambi editi in Italia da Fazi) • «Inutile sognare un mondo pacificato dalla globalizzazione: ci attende al contrario un’era di accesi conflitti geopolitici. Ma non si tratta dello “scontro di civiltà” previsto da Samuel Huntington. Sarà invece una lotta fra imperi, che vedrà competere tre grandi potenze: Stati Uniti, Cina, Unione Europea. È la tesi di un libro intitolato appunto I tre imperi [...] opera prima di Parag Khanna, ragazzo prodigio [...] di origine indiana, consigliere di Barack Obama in campagna elettorale e dirigente del centro studi New America Foundation [...] incluso sia nell’elenco dei 75 individui più influenti della terra stilato dalla rivista Esquire, sia nella “Smart List” di 15 personalità emergenti proposta dal magazine Wired. Poliglotta e viaggiatore infaticabile, Khanna sostiene che a contare sulla scena internazionale non sono le identità culturali e religiose, ma i grandi centri di potenza militare, economica, demografica. Insomma “gli imperi si estendono al di sopra della civiltà”, con le quali non s’identificano affatto. Quindi non esiste un Occidente unitario, ma due entità distinte, Stati Uniti e Unione Europea, i cui interessi e i cui modi d’intendere la globalizzazione sono spesso divergenti. Quasi riecheggiando Romano Prodi, Khanna sottolinea che l’allargamento ad Est dell’Ue ha realizzato un’esportazione della democrazia assai più efficace di quella tentata dagli Usa in Iraq. Ed esalta l’Unione come “l’impero più benvoluto e meglio riuscito della storia, poiché, anziché dominare, educa”. Tanto che il prefatore dell’edizione italiana, Vittorio Emanuele Parsi, sente il bisogno di prendere le distanze da una simile tendenza a “sopravvalutare” Bruxelles fino a metterla sullo stesso piano di Washington e Pechino. Quanto all’Islam, Khanna nega che lo si possa considerare un aggressivo blocco omogeneo. Distingue invece molte realtà musulmane: l’Asia centrale ex sovietica, “nuova via della seta”, cioè punto di passaggio cruciale tra Est e Ovest; il Medio Oriente, lacerato dal conflitto tra “arabisti” laici e “islamisti” votati alla guerra santa; Malesia e Indonesia, sempre più attratte nell’orbita cinese. Tutto l’Islam, comunque, appartiene a quello che Khanna chiama Secondo Mondo (il titolo originale del saggio è appunto The Second World): Paesi a metà strada fra opulenza (Primo Mondo) e sottosviluppo (Terzo Mondo), sospesi fra modernità e Medioevo, contesi tra i grandi imperi in lotta per allargare le loro sfere d’influenza. L’unica eccezione è la Cina, anch’essa solcata da squilibri profondi (Khanna parla di “quattro Cine in una”), ma dotata di risorse così immense da comportare necessariamente un ruolo egemonico. È l’unica nazione del Secondo Mondo che sia anche un impero, oggi guidato da un partito unico “più potente, sofisticato e complesso di qualsiasi dinastia della storia cinese”. Niente del genere, sostiene Khanna, si può dire della Russia, anch’essa collocata nel Secondo Mondo: nonostante la grinta di Vladimir Putin, le risorse energetiche, le armi atomiche, Mosca manca di un valido apparato produttivo e conosce un drammatico crollo demografico, per cui finirà probabilmente per dipendere dall’Europa o dalla Cina. Forse però l’aspetto più sorprendente dell’analisi di Khanna è il pessimismo sugli Stati Uniti, Paese dove vive, di cui paventa addirittura la retrocessione dal Primo al Secondo Mondo, per via dell’indebitamento, delle disuguaglianze crescenti, dell’alto tasso di criminalità, del basso livello medio d’istruzione. E il libro è stato scritto prima che esplodesse la crisi dei mutui subprime. Qui la diagnosi somiglia a quella dello storico Paul Kennedy sul declino della superpotenza americana per sovraccarico d’impegni. Khanna coglie negli Usa i sintomi “dell’avvenuto superamento della soglia di massima estensione imperiale possibile”. Il sogno unipolare dei neocon è quindi svanito: bisogna semmai costruire un equilibrio pacifico in un mondo che vede le tre maggiori potenze collegate da diversi fattori d’interdipendenza, ma al tempo stesso divise da fieri antagonismi. Paura e avidità, ammonisce lo studioso indiano, restano le forze dominanti nel mondo, ma la convivenza tra imperi non è impossibile: ad esempio, “un G3 formato da Stati Uniti, Ue e Cina sarebbe il forum più appropriato per allacciare relazioni fra le superpotenze in grado di agire in profondità” [...]» (Antonio Carioti, “Corriere della Sera”17/3/2009) • Federico Rampini, “la Repubblica” 28/4/2011; Federico Rampini, “la Repubblica” 28/4/2011.