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 2011  agosto 24 Mercoledì calendario

L’IRRESISTIBILE CADUTA DEL CENTESIMO DA CARLO MAGNO AL PARROCO DI ATELLA

Strano destino quello delle monete più piccole, i centesimi di oggi, una volta ricercate, adesso disprezzate al punto che, ad Atella, in provincia di Potenza, padre Bernardino diffida i fedeli dall’infilare le « inutili monetine » nella busta delle offerte. Al tempo di Carlo Magno, il più minuscolo tra gli spiccioli, il denaro, pari a un duecentoquarantesimo di lira, non era poca cosa; conteneva 1,6 grammi d’argento con i quali si remuneravano parecchie ore di lavoro bracciantile.
Successe poi una cosa strana: a partire dal Duecento le cronache registrano frequenti lamentele per la scarsità di monete del più piccolo taglio, quelle di cui vi era maggiore domanda perché usate quotidianamente per la spesa della gente comune. Si ricorse al rame, metallo più vile dell’argento, ma ben accetto perché indispensabile al piccolo commercio. Tanto bene accetto che a volte le monetine di rame erano più ricercate di quelle d’argento. I francescani che nel Quattrocento aprirono i primi Monti di Pietà non avevano per il rame il disprezzo nutrito da don Bernardino. La storia cambiò con l’arrivo in Europa dell’argento di Potosì, la città peruviana che da Cervantes in poi è simbolo di ricchezza. Ma ricchezza che si sviliva proprio a causa della sua favolosa abbondanza. L’argento perse potere d’acquisto. La lira italiana, creata nel 1862, conteneva 5 grammi d’argento, il salario giornaliero di un operaio. Già allora il centesimo valeva pochino, ce ne volevano almeno sei per un bicchiere di vino all’osteria. Meglio che niente, per chi ricorda che nel secondo dopoguerra i centesimi non circolavano già da tempo e ben presto sparirono lemonete da una lira e da cinque lire.
Oggi il disprezzato centesimo varrebbe 20 lire. La saggezza popolare di una volta ammoniva che dal centesimo si arriva, con infinita parsimoniosa pazienza, al milione. Uncle Scrooge ( Paperon de’ Paperoni) pare avesse cominciato con 10 centesimi: è dunque poco saggio, oltre che scortese, don Bernardino a rifiutare le monetine di rame. Non si può, d’altra parte, dare del tutto torto al parroco di Atella: possibile che tanti suoi parrocchiani siano nelle condizioni della povera vedova che, avendo gettato un solo « quattrino » nel tesoro del Tempio, vi « aveva messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere » ( Marco 12, 44)? È opportuno chiedere alla Chiesa di rinunciare a privilegi fiscali per sostenere il Paese in difficoltà. Ma ai credenti è legittimo chiedere di contribuire con qualcosa di più di qualche monetina di rame.
Gianni Toniolo