Antonio Ferrari, Corriere della Sera 24/08/2011, 24 agosto 2011
SIGARI, CAPRICCI E VENDETTE DI UN DITTATORE GROSSOLANO - C’è
un rivestimento di ambiguità e di mistero attorno alla vita pubblica diMuammar Gheddafi, costretto a lasciare il potere proprio a ridosso del 42esimo anniversario della Rivoluzione libica. Quando cioè, con un pugno di ufficiali, prese il potere senza colpo ferire, liberandosi di re Idris, costretto all’esilio. Scaltro e furbo, l’ineffabile Colonnello. Molti testimoni sostengono che le prime ambigue mosse nascondano forse i segreti retroscena di un golpe incruento che a Gheddafi fu quasi offerto ( ma da chi?) su un piatto d’argento. Il giovane e ambizioso ufficiale si trovava a Londra pochi giorni prima. In poche ore divenne il padrone assoluto del Paese, circondandosi soltanto dei suoi compagni d’arme, tra cui Abu Bakr Younis, e quell’Abdel Salam Jalloud, che il Colonnello volle come delfino, prima di confinarlo in pensione anticipata in una casa di Tripoli, dove è rimasto fino alla fuga a Roma. Sapeva benissimo, il rude Muammar, di essere seduto su una delle più grandi ricchezze energetiche del pianeta, ma subito si convinse che il denaro facile avrebbe soltanto alimentato le domande e le « pericolose ambizioni » della sua gente. Quindi era meglio lasciar vivere il popolo nella modestia di sempre, riservando i capitali alla grandezza propria e del regime. È così, gradualmente, con superbia e senso di onnipotenza, con il tonico unguento della piaggeria di governi e istituzioni e con la possibilità di finanziare qualsiasi capriccio, il leader decise che il suo era quasi un ruolo divino. Trattato quasi come un paria da numerosi fratelli arabi, che ne aborrivano la grossolaneria, la violenza verbale e l’assoluta mancanza di educazione, il Raìs cominciò ad ingraziarsi, con generose donazioni, i terroristi di mezzo mondo: dai palestinesi all’Ira. A un vertice arabo, avendo in antipatia re Fahd dell’Arabia Saudita, Gheddafi si presentò nell’aula del summit con un grosso sigaro, si sedette dietro al sovrano, accese il gigantesco Avana e indirizzò il fumo sul capo del re, che soffriva di cuore. Con i sauditi il conto era sempre aperto, e un più recente vertice a Tunisi saltò perché i servizi segreti di Riad avevano raccolto voci e sospetti sulla preparazione di un attentato contro il re, ordito naturalmente dal « cane di Tripoli » , come molti lo chiamavano. Una volta, di rientro dall’Oriente, transitando nel cielo della Giordania, ordinò al suo pilota di scendere, per poter salutare il « mio amico » Hussein. Cioè il padre di Abdallah II. Ma re Hussein, che era un nobile educato a Londra e aveva il culto del protocollo, respinse sdegnosamente la villaneria, rispondendo che se il Colonnello voleva incontrarlo, avrebbe potuto presentare una richiesta ufficiale, come si usa tra capi di Stato. Ma per me, che ho avuto più volte la possibilità di vedere e intervistare il Colonnello, il momento che ha rivelato le particolarità e le ambiguità caratteriali del leader libico è stato a Tripoli, quando ci portarono a vedere la caserma- bunker di Bab al Aziziya dopo il bombardamento americano. Il presidente Reagan aveva voluto punire Gheddafi per un attentato a una discoteca in Germania e numerose altre scorribande terroristiche. Fui colpito dal quadro che penzolava dal muro della sua camera da letto. Uno avrebbe pensato ad una scena di deserto, sabbia, cammelli, magari un’oasi. Invece no. Era un plenilunio sul mare che sembrava copiato fedelmente dalla romantica copertina di un 45 giri anni 60. Titolo: « La notte è fatta per amare » . Cantante: Neil Sedaka. Dettaglio davvero significativo. A Sebha, nell’oasi dove si sentiva a casa, Gheddafi convocava i cosiddetti comitati popolari, testimoni e presunti attori della celebrata « democrazia diretta » della Jamahiriya. Ore di comizi, invito a tutti i delegati di criticare apertamente il leader. Ovvio che di critiche non se ne sarebbero ascoltate, perché alla fine il Colonnello avrebbe fatto esattamente quel che gli passava per la testa in quel momento. Un uomo così climaterico che quando seppe che il suo braccio destro Jalloud si era concesso qualche bibita alcolica clandestina, lo aveva convocato e letteralmente rapato a zero. Ma il capitolo più misterioso è legato alla strage di Lockerbie, dicembre 1988, quando un aereo americano esplose nei cieli della Scozia. Sembrava un crimine annunciato perché a Ginevra, pochi giorni prima, all’Assemblea generale dell’Onu, Yasser Arafat aveva solennemente condannato il terrorismo « in tutte le sue forme » . E visto che a Washington la dichiarazione non era bastata, Arafat la ripetè tre volte in una improvvisata conferenza stampa notturna, che aprì le porte al dialogo tra Stati Uniti e Olp. Era chiaro come il sole che per gli estremisti, soprattutto palestinesi, la decisione di Arafat equivaleva a un tradimento. Qualcuno organizzò la vendetta. L’inchiesta sulmassacro portò all’arresto di due libici, mentre Tripoli veniva sottoposta a un durissimo embargo internazionale. Il processo si svolse in Olanda, a Camp Zeist, e fu celebrato da una corte scozzese. I due libici, che avevano fatto esattamente le stesse cose, ebbero destini diversi: uno condannato e l’altro assolto. Sentenza davvero strana e bizzarra. Ma subito dopo Gheddafi decise di indennizzare tutte le vittime della strage con una mega offerta miliardaria. Da una parte si prese tutte le responsabilità, senza cancellare il sospetto che avesse coperto qualcun altro; dall’altra ottenne la fine dell’embargo e il rientro nel mondo che conta. Sono queste alcune delle tappe che raccontano la storia di un uomo ambiguo e impulsivo, che spesso è sembrato la caricatura di se stesso. Sulla visita in Italia sappiamo già tutto. E meno male che il presidente Giorgio Napolitano si era rifiutato di firmare la proposta del governo di insignire il Colonnello della massima onorificenza della Repubblica: cavaliere di Gran Croce. Sarebbe stato veramente imbarazzante. Per chiudere, una confessione. Gheddafi mancherà a tutti i giornalisti. Non per questioni di ammirazione o di stima. Ma perché la sua presenza era garanzia di un efficace reportage. Certo, continuiamo a chiederci perché i suoi fratelli arabi non l’abbianomai accettato e considerato. Nel 2003 c’era un progetto per offrire l’esilio a Saddam Hussein ( che l’aveva accettato) e cercare di scongiurare il conflitto fortemente voluto dagli Usa. Un cartello arabo aveva presentato e sostenuto la proposta, ma Gheddafi per tutta risposta fece fallire il vertice di Sharm el Sheikh, insultando tutti. Come se avesse voluto a tutti i costi la guerra. È una delle mille ambiguità di un leader ingombrante, violento e fanfarone. Per chiudere: i giornalisti hanno perso un personaggio da raccontare, il mondo si è liberato di uno spietato dittatore.
Antonio Ferrari