FRANCESCO MERLO , la Repubblica 23/8/2011, 23 agosto 2011
FERMATE I LUCCHETTI DELL´AMORE SONO ARRIVATI PERSINO A RIALTO - È
una iattura e sta infestando la fragile Venezia l´orribile vizio nazionale del lucchetto dell´amore. È ora di affidare alla polizia lucchettari e graffitari perché i ponti e i muri d´Italia non sono stati edificati per depositarvi le deiezioni sentimentali spacciate per democrazia dell´anima.
E non solo vanno rimossi subito questi lucchetti che stanno corrodendo invasivamente persino il ponte di Rialto, ma vanno combattuti e prevenuti come reati gravi: è possibile l´arresto in flagranza per «il danneggiamento aggravato» (art. 635 comma 2).
Insomma è tempo di finirla con le considerazioni post moderniste dell´arte cafona, con la celebrazione degli immondezzai, dell´insozzatore della Fontana di Trevi, del sangue, della cacca, della bava… I lucchetti vanno trattati come le tarme in un archivio, come i tarli che divorano un mobile. I lucchettari non sono né poeti né scultori e neppure installatori d´arte, ma vandali e teppisti. E i lucchetti sono roditori del marmo, del ferro e della pietra. Non scorciatoie per il Parnaso, ma sconcezze, volgarità, come i graffiti che hanno stravolto il centro di Roma, come il turpiloquio inciso con i coltellini sulle vestigia di Pompei. E i sindaci, che in Italia hanno vietato di tutto, anche l´elemosina davanti alle Chiese, devono finalmente ingaggiare contro i lucchetti una lotta senza quartiere e senza concessioni, neppure minime, al «siamo tutti poeti e il mondo è una pagina su cui scrivere», soprattutto a Venezia dove l´attraversamento di un ponte, di qualsiasi ponte, compreso quello di Calatrava, dovrebbe sempre avvenire in punta di piedi.
Il lucchetto qualche volta è stato esportato: a Parigi sul Pont-Neuf, per esempio. E le agenzie di stampa ogni tanto diffondono foto di lucchetti in Cina e negli Stati Uniti, ma si tratta di casi isolati, probabilmente di made in Italy all´estero. Così siamo ridotti: il lucchetto è il nuovo simbolo dell´amore italiano insieme con le forme di Ruby e della Minetti. Ne abbiamo fatto letteratura, cinema e canzone. E non c´è ponte che resista, non c´è ringhiera o parapetto che non vengano assaliti con la complicità dei "critici" e di tanti politici (Veltroni compreso) che nel Paese più gerontocratico d´Europa si concedono il vezzo avvizzito del giovanilismo. Tutti ricordano quel lampione abbattuto sotto il peso dei lucchetti a Ponte Milvio e ovviamente il successo del romanzo di Federico Moccia che pensa di essere lo scrittore dei nuovi "promessi sposi" delle discoteche, della movida, della platealità ormonale propalata come terzine dantesche.
Ebbene, adesso che i lucchetti stanno minacciando Venezia, è tempo di elaborare una strategia di difesa nazionale delle città d´arte. Venezia è la più preziosa, esposta agli occhi del mondo, in difficile perenne convivenza con i consumatori di sensazioni e di emozioni. Se non interveniamo subito, il lucchetto a Venezia può dilagare come un´epidemia, perché la volgarità è sempre premiata dal turismo di massa e si deposita come una cenere imbalsamatrice.
Non ci vogliono leggi speciali né ronde leghiste, basta applicare il codice che prevede la reclusione sino a un anno e la multa sino a tremila euro per «il deturpamento aggravato» e, come dicevamo all´inizio, la possibilità dell´arresto in flagranza per «il danneggiamento aggravato». E si potrebbero affiggere cartelli dissuasori, usare le telecamere…: il lucchetto non incatena l´amore ma scatena l´indecenza.