Guido Olimpio, Corriere della Sera 23/8/2011 (dagospia), 23 agosto 2011
Demolito dai raid Nato, incalzato su più fronti, abbandonato dai suoi ufficiali. Sono i tre elementi che hanno disarticolato il regime di Gheddafi
Demolito dai raid Nato, incalzato su più fronti, abbandonato dai suoi ufficiali. Sono i tre elementi che hanno disarticolato il regime di Gheddafi. Una svolta lenta che ha avuto negli ultimi cinque giorni un’accelerazione repentina. I meriti non possono essere divisi equamente, anche se va riconosciuta la determinazione degli oppositori. L’aiuto esterno - I bombardamenti Nato - con 19.877 sortite, non tutte di attacco - hanno neutralizzato gran parte del potenziale bellico lealista. Gheddafi non ha più potuto usare i tank e i blindati, le sue linee sono rimaste esposte, i suoi depositi sono stati distrutti. Eppure avrebbe potuto andare avanti ancora. All’inizio dell’estate il quadro è cambiato. Soprattutto all’Ovest, sulle montagne abitate dai berberi. Tra Nato e opposizione è cresciuto il coordinamento. Le azioni degli insorti sono state precedute da incursioni più tempestive e gli assalti sono partiti soltanto dopo l’ammorbidimento dei bersagli. Per evitare il fuoco amico i ribelli hanno messo «teli» arancioni o dipinto grandi N sui carri catturati. Importante il ruolo dei velivoli senza pilota americani. Ricognitori aggressivi capaci di colpire non visti. I governativi non sono apparsi più in grado di lanciare controffensive. L’unica risposta è stata un lancio indiscriminato di razzi. libia biglibia big Non meno decisivo il supporto terrestre. Al fianco delle colonne ribelli hanno operato unità speciali francesi, inglesi e italiane. Hanno distrutto centri comando, eliminato quadri, creato un senso di insicurezza. Inoltre, consiglieri statunitensi sono stati segnalati più volte nelle zone degli scontri. Avevano il compito di guidare da terra i caccia. All’intervento occidentale ha fatto da sponda quello di diversi Paesi arabi. Il Qatar ha inviato armi e propri istruttori ed ha organizzato un miniponte aereo che ha rifornito i guerriglieri: un tratto di strada tra Nalut e Zintan è stato trasformato in pista per i cargo carichi di armi. Gli Emirati hanno garantito fondi e materiale. Tunisia ed Egitto sono diventate retrovie fondamentali. Incidenza: 70 per cento. Ribelli a TripoliRibelli a Tripoli I rivoluzionari - Era il 20 luglio e non un anno fa. L’inviato del New York Times - un ex marine - al seguito dei berberi raccontava di come i rivoluzionari fossero mal messi. Pochi fucili, munizioni scarse, totale disorganizzazione, incapacità di tenere le posizioni, indisciplina. Pochi giorni prima dall’Istituto di studi strategici di Londra riconoscevano alcuni successi degli insorti ma li definivano non sufficienti per sconfiggere Gheddafi. Peggio ancora la situazione delle unità di Bengasi bloccate davanti all’ostacolo Brega. Un mese dopo i combattenti sono entrati a Tripoli: un’armata Brancaleone diventata irresistibile. È chiaro che i ribelli non sono cambiati nell’arco di trenta giorni. In gran parte sono gli stessi, con l’eccezione di alcuni nuclei veterani della battaglia di Misurata - dove si è visto il primo salto di qualità in maggio - e altri preparati dagli addestratori alleati. Rispetto al passato hanno forse fatto meno errori, hanno rispettato i consigli di chi li aiutava. Ribelli a TripoliRibelli a Tripoli Ad Ovest, poi, il terreno si è tramutato in un buon amico degli insorti. Le montagne sono diventate una protezione naturale, quindi un punto di partenza per infiltrarsi a valle verso gli snodi strategici ancora in mano ai filo-Gheddafi. In Cirenaica c’era e c’è un solo asse stradale - quello costiero - e questo ha favorito il sistema messo in piedi dal regime. Ribelli a TripoliRibelli a Tripoli Poche salve di razzi erano sufficienti a tenere a bada gli insorti. Stessa tecnica ripetuta a Occidente contro i berberi, ma resa inutile dall’intervento - accurato - della Nato. Ai volontari - giovani e anziani - vanno riconosciute determinazione e sacrificio. Alla fine sono stati loro i veri «scarponi sul terreno». Incidenza: 20 per cento. I pretoriani - Gheddafi ha tenuto fintanto che le sue poche unità hanno risposto agli ordini. Poi, con una rapidità che non può essere legata solo all’offensiva nemica, l’apparato si è dissolto. Diverse informazioni dal campo sostengono che numerosi ufficiali non hanno partecipato «con ardore» alla difesa. Intercettazioni radio hanno rivelato mancanza di strategia, problemi nei rifornimenti, contrasti. Alcuni generali si sono limitati ad aspettare, altri si sono arresi. E negli ultimi giorni si sono addirittura fatti da parte. Il comandante delle forze speciali a Tripoli invece che fermare la progressione dei ribelli ha voltato le spalle alla Guida. A quel punto i fedelissimi del colonnello si sono trincerati attorno al bunker. Incidenza: 10 per cento. TripoliTripoli 2 - ISTRUTTORI E INTELLIGENCE IL RUOLO SEGRETO DELL’ITALIA Marco Nese per il "Corriere della Sera" «Senza l’apporto dell’Italia, Gheddafi non sarebbe caduto - dice il ministro della Difesa Ignazio La Russa -. Il nostro Paese ha svolto un ruolo fondamentale». La Nato avrebbe incontrato grosse difficoltà «se noi ci fossimo messi di traverso: se non avessimo accettato di partecipare alle operazioni militari decise dall’Onu, sarebbe stata una missione dimezzata». L’Italia non solo ha aperto le proprie basi militari ai caccia degli alleati, ma ha fornito anche consulenza strategica e intelligence. «Non a caso - fa notare La Russa - l’ex primo ministro Jalloud, quando ha deciso di abbandonare il regime, è approdato proprio in Italia». In tutte le riunioni con i ministri degli altri Paesi, «ci siamo sempre sentiti chiedere consigli sul modo migliore di affrontare la questione libica, perché a noi, come dirimpettai di Tripoli, viene riconosciuta una certa familiarità coi libici e la capacità di capire i problemi del loro Paese. Fra Italia e Libia c’era un trattato di collaborazione che ora può essere rimesso in vigore col nuovo governo che s’installerà a Tripoli». TripoliTripoli Alla Francia, secondo il ministro della Difesa, sono stati attribuiti meriti eccessivi che, a conti fatti, non corrispondono alla realtà. «Noi abbiamo fornito aiuti concreti alla popolazione libica, abbiamo inviato medicinali e generi alimentari ai civili in difficoltà. Parigi si è limitata a mandare un aereo pieno di bandiere francesi, buone per la propaganda». Accanto ai ribelli hanno lavorato 10 istruttori italiani. Insieme coi colleghi di altri Paesi hanno cercato di trasformare gruppi di volontari privi di cognizioni belliche in squadre capaci di muoversi con un minimo di visione strategica. All’inizio i risultati erano molto scarsi perché le varie fazioni pretendevano di muoversi ognuna per proprio conto. Negli ultimi tempi, le cose sono migliorate. I vari capi della rivolta hanno fatto tesoro dei consigli degli istruttori, hanno coordinato le loro azioni e i risultati si sono visti, gli oppositori di Gheddafi sono riusciti a piegare la resistenza dei fedeli al regime. TripoliTripoli Essenziale il martellamento continuo dei caccia della Nato che hanno spianato la strada, mettendo fuori uso carri armati e batterie antiaereo. Anche in questo campo il contributo italiano è rilevante. Marina e Aeronautica hanno schierato i loro mezzi fin dal 28 marzo, quando si è messa in moto quella che all’inizio era la coalizione dei volenterosi. Eurofighter, F16, Tornado dell’Aeronautica e gli Harrier a decollo verticale della Marina che partivano dalla nave Garibaldi hanno compiuto, fino ad oggi, 901 missioni (7.500 i raid complessivi della Nato). Il numero degli obiettivi contro i quali hanno sganciato bombe non viene fornito. Ma si calcola che siano circa 300 i target presi di mira dai velivoli italiani, e cioè carri, mitragliatrici, aerei di Gheddafi e altri bersagli ritenuti pericolosi per i civili. Fino all’inizio di luglio la partecipazione italiana agli attacchi contro la Libia, nell’ambito dell’operazione Unified Protector, è costata 142 milioni di euro. Per i successivi tre mesi erano stati stanziati altri 60 milioni di euro di cui finora è stata spesa circa la metà.