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 2011  agosto 20 Sabato calendario

VITA DI CAVOUR - PUNTATA 161 - LIBERARSI DI RATTAZZI


Che cosa si sarebbe dovuto fare, secondo lui?

Gli ottanta deputati di destra non erano tutti clericali. Bisognava distinguere tra la ventina che stava con Revel e la sessantina che stava con Solaro. Manovrando con accortezza si potevano dividere i due gruppi e risucchiare poco a poco quelli di Revel. Certo non era più il caso di presentare leggi ecclesiastiche. Però nemmeno ritirare quelle in vigore. Su questo, bastava restar fermi. E se fossero sorte questioni istituzionali, se qualcuno avesse messo in pericolo lo Statuto o le libertà fondamentali, allora Cavour era certo che, anche ammesso che gli fosse venuto a mancare Revel (e non era probabile), avrebbe potuto contare sulla sinistra. Insomma, i margini di manovra c’erano.

Restava la questione Rattazzi.

S’era diffusa la voce che presto Rattazzi sarebbe saltato e per smentirla i due si facevano vedere tutti i giorni a passeggio insieme, se ne andavano a braccetto sotto i portici. Cavour voleva veramente toglierselo di mezzo. Era solo questione di trovare il modo e di scegliere i tempi giusti. Bisognava di sicuro aspettare che la Camera convalidasse le elezioni, operazione che si faceva nome per nome. Il conte aveva deciso di dar battaglia tentando di rimandare a casa più clericali possibile. Stabilirono che lo stato di canonico era incompatibile con quello di deputato, questo basandosi sull’articolo 98 della legge elettorale.

Giusto?

Mah, di questa incompatibilità non s’era francamente mai accorto nessuno... In ogni caso non si poteva buttar fuori Rattazzi a prezzo di un’intera politica. La caratteristica del governo - cioè l’alleanza centrodestra/centrosinistro - doveva restare intatta. Bisognava che fossero tutti d’accordo. Si doveva cioè trovare una scusa non-politica, che lo obbligasse, una volta uscito, a restar solidale col ministero. Mentre ragionava così, continuava a tenergli il braccio sorridendo ai passanti sotto i portici. Era inutile alimentare voci finché non era tutto pronto, tuttavia lasciò che Bon Compagni gli mandasse una lettera in cui si diceva che il guaio del ministero erano i due del centro-sinistro, Lanza e Rattazzi. La mostrò a La Marmora. Alfonso era d’accordo. Senonché un giorno, durante una di quelle passeggiate in galleria, uno sconosciuto s’avvicinò al ministro dell’Interno e gli sputò in faccia. Ci fu un parapiglia, il tizio venne fermato e identificato. Lo misero in galera, ma lo scandalo era grosso.

Perché? Rattazzi era l’aggredito...

Si trattava di Alessandro Pesci, redattore dell’«Espero». Disse che Rattazzi l’aveva offeso e poi non aveva voluto dargli soddisfazione. Due giorni prima «Il Diritto» aveva raccontato per filo e per segno la storia delle lettere passate da Rattazzi al «Tempo». Il giornale s’era sdegnato che un uomo politico - un potente - per contrastare un avversario avesse reso pubblica una corrispondenza privata. Qui entrò in azione Cavour. Convocò il consiglio dei ministri, si presentò con un’aria assai inasprita. «Tutta questa storia, non è che il ministero può esser coinvolto in questo modo, lei si dimetta, risolva le sue questioni e poi ritorni...». S’alzò Lanza: «Non si può fare adesso», disse, «sarebbe precipitoso. Se Urbano fosse stato costretto a battersi in duello, allora capisco, ne sarebbe risultata una situazione intollerabile. Ma se non c’è duello...».

Una difesa debole, mi pare. In definitiva anche Lanza ammetteva che prima o poi...

Venti giorni dopo, il 13 gennaio 1858, gli diedero il colpo di grazia. Durante il dibattito in aula saltò fuori che Rattazzi, in un certo ballottaggio, aveva favorito l’elezione del canonico Ponzetti contro quella del liberale Pier Carlo Boggio, e questo perché, per fatti loro, lui e Boggio si detestavano. La cosa era tanto più grave ripensando allo sforzo che avevano fatto i liberali di ogni tendenza per fermare al secondo turno l’avanzata dei clericali. E Rattazzi aveva fatto eleggere un prete! E dopo aveva sostenuto la storia dell’articolo 98 e dell’incompatibilità fra tonaca e seggio.

Tutto abbastanza sgradevole, in effetti.

Si difese, ma ormai era con le spalle al muro. I conservatori lo inchiodarono. Quel giorno stesso Cavour pretese le dimissioni. Poi, per attenuare l’impressione di un dissidio politico, rafforzò Lanza, l’altro esponente del centro-sinistro che era già ministro della Pubblica Istruzione, dandogli le Finanze.

E al posto di Rattazzi?

Il ministero dell’Interno se lo prese lui. Era nello stesso momento ministro degli Esteri, ministro dell’Interno e presidente del Consiglio. Il re, rassegnato, non fece obiezioni. Appena metteva gli occhi su qualcuno...

Già. Cavour aveva prima fatto fuori Revel, e adesso Rattazzi.

Non ebbe neanche il tempo di rammaricarsi. Passarono ventiquattr’ore e arrivò la notizia che a Parigi avevano sparato e tirato bombe. L’imperatore era salvo, ma pareva che gli attentatori fossero italiani.

Erano italiani?

Sì. Il capo si chiamava Felice Orsini.