Giorgio Dell’Arti, La Stampa 18/8/2011, 18 agosto 2011
VITA DI CAVOUR - PUNTATA 159 - INFANGARE LA ROSINA
Di pensare che cosa?
Era piuttosto contorto, no? Organizzo una rivolta in casa mia per impedirti di pensare che sono coinvolto in quelle di Sapri e di Livorno. In ogni caso, i movimenti dell’estate ‘57 provocarono grande allarme soprattutto tra i francesi. Era anche saltato fuori un complotto del Tibaldi, Paolo Tibaldi, che era venuto a Parigi con Bartolotti e Paolo Grilli per ammazzare Napoleone III (Mazzini: «Ne studierete le abitudini e farete il colpo quando si presenterà l’occasione favorevole»). L’imperatore era fuori di sé. Cavour mandò Salmour a Parigi per placarlo. Entrato nella stanza, si sentì chiedere: «Ma questo Rattazzi, ci sa fare?».
Rattazzi era il ministro dell’Interno.
Sì, e quindi attentati, rivolte e quant’altro cadevano sotto la sua responsabilità. Salmour restò di sasso: se Bonaparte poneva la domanda, voleva dire che c’era il problema. Nello stesso tempo esultò, perché Rattazzi gli stava ampiamente sulle scatole. Rispose: «Il conte di Cavour lo tiene in grande considerazione».
Un capo di stato estero poteva mettere il naso a questo modo negli affari interni di un altro Paese?
Il Piemonte era una potenza di second’ordine, sull’orlo del fallimento e pressoché obbligata a farsi vassalla di qualcuno. Arrivò a Torino un nuovo ministro di Francia, si chiamava La Tour d’Auvergne. Aveva il compito di ottenere il licenziamento di Rattazzi. Napoleone voleva anche che persuadesse Cavour a prender misure contro i giornali, troppo liberi nei loro giudizi sui capi stranieri. Cavour rispose che per la stampa non c’era niente da fare. Per Rattazzi avesse pazienza: tra poco si sarebbe votato. Fino ad allora non si sarebbe potuto far nulla.
Quindi Cavour, che con Rattazzi aveva fatto il connubio, non difese il collega.
Beh, i rapporti tra i due avevano cominciato a incrinarsi nell’autunno del ‘56, per via della principessa Mary...
Ecco finalmente qualche notizia su quel matrimonio!
Il conte s’era messo in testa di far sposare al re la principessa Mary, sorella del duca di Cambridge, ma Vittorio Emanuele non era affatto d’accordo. Disse di essersi promesso alla Rosina. Il conte aveva strepitato, ma il sovrano era stato irremovibile.
S’era veramente promesso alla Rosina?
Non si capiva in che occasione la Rosina fosse riuscita a strappare al re una promessa come quella. Forse durante la malattia successiva alla bravata del Tanaro, quando il sovrano, afflitto dalle tre morti, s’era fatto curare da lei a Pollenzo. Cavour non voleva crederci. In base al giuramento, Vittorio Emanuele non avrebbe sposato nessun’altra donna e avrebbe portato all’altare la sua amante appena fosse stato possibile, secondo il rito previsto dalla Chiesa in questi casi e restando però inteso che la Rosina non sarebbe mai stata regina.
Diciamo qualcosa di Rosina.
Tutti definivano la Rosina una donna volgare. Era figlia di un tamburo maggiore e naturalmente a corte non la potevano soffrire. Solo dopo, quando il re l’ebbe sposata e nominata contessa di Mirafiori, si rassegnarono e le perdonarono di esistere. Aveva dato al re dei figli, questo era anche peggio. In ogni caso a Cavour la cosa non faceva nessun effetto né dal lato delle convenienze né da quello della morale. Altra cosa era se quella passione gli attraversava un disegno politico. In questo caso... «Quella donna lo fa vivere nella crapula e nel disordine!», esclamò. Era inconcepibile che la figlia del tamburo maggiore mandasse a monte l’alleanza con l’Inghilterra. Venne Cigala, disse che aveva parlato col re. «Allora?». «L’ho esortato a non sacrificare un matrimonio come quello alle promesse fatte alla Rosa, senza accertarsi prima che questa fosse degna di una così gran prova d’amore...». «E l’ha capita? Ha capito quello che volevate dire?». «È stato un po’ zitto. Poi ha soggiunto: “E quali sarebbero i mezzi per accertarsi...”. Io gli ho risposto: “Nessuno meglio del ministro dell’Interno ha i mezzi per accertare la verità”». «E lui? E lui?». «Lui ha chiesto: “Rattazzi quando torna?” e gli ho risposto che mi sarei informato». «Bene, benissimo, bravo generale».
Se capisco bene, si trattava di insinuare nella testa del re che Rosina lo tradiva.
Poiché il re si rifiutava di sposare l’inglese per via della Rosa, bisognava dimostrare che la Rosa era quello che era, che faceva cose, che riceveva amanti.
Ed era vero?
Ho l’impressione che Cavour non ne avesse la minima idea. Ma appunto per questo era decisiva la collaborazione di Rattazzi, ministro di polizia. Se Rosina faceva, era facilissimo sorprenderla. Se Rosina non faceva, vuoi che un ministro dell’Interno non sia capace di fare in modo che faccia? O che sembri che faccia?
Abbastanza deprimente.
Un racconto popolare dice che Rosina s’era innamorata dell’orefice Bellezia. Cavour allora diede diecimila lire al carabiniere Martin perché sorprendesse gli amanti. Ma Rosina, quando bussarono alla porta, fece scappare il suo bello da una porta segreta, e fu salva. Le trame del perfido ministro, così, andarono fallite.
Storia vera?
Chi sa. Ma Rattazzi impedì sicuramente che le cose arrivassero fino a quel punto.