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 2011  agosto 17 Mercoledì calendario

VITA DI CAVOUR - PUNTATA 158 - I TRECENTO DI PISACANE

Stava raccontando di Mazzini a Genova. Mazzini che sta pensando a qualcosa.

Ci fu una riunione tra Garibaldi, Brofferio, Macchi, Medici, Savi. Quanto ci si poteva fidare della vocazione patriottica di Cavour, del Piemonte, dell’esercito sardo? L’unico che ci credeva era Garibaldi. Brofferio era il più accanito: l’esercito piemontese « era il meno informato di spirito italiano, non vi predomina che la sola idea di servire un padrone, Cavour non sa neppure che cosa sia l’Italia e nessuno dei nostri ministri pensa alla sua emancipazione ». Gli altri erano d’accordo nel dare addosso a Torino. Garibaldi, senza cedere, alla fine disse: « Bene, al primo scoppio ciascuno di noi voglio credere si troverà al suo posto ».

Mazzini non credeva a Torino, tanto meno a Cavour.

Naturalmente. Non si faceva illusioni sul fatto che lo lasciassero girare per la città. Aveva questi soldi, raccolti a Londra, e gli prudevano le mani su Genova, che era certo di poter sollevare. L’incazzatura di Genova non conosceva limiti: gli avevano tolto la marina militare per mandarla a La Spezia, adesso pretendevano dalla città tasse per 806.472 lire, avevano intimato al consiglio comunale di ripartirle tra i contribuenti, il consiglio comunale s’era rifiutato, il governo lo aveva sciolto, i negozianti erano pronti a menar le mani...Mazzini puntava a provocare una rivoluzione a Sud e magari in Toscana. Dopo, in appoggio a quei movimenti, si sarebbe rivoltata anche Genova. In Sicilia, certi moti a Corleone e a Cefalù erano finiti male. Ma si poteva tentare sul lato continentale delle Due Sicilie. Quello era un vecchio progetto di Pisacane...

È il 1857, no?

Sì, siamo nel 1857. Pisacane aveva parlato di questo progetto - progetto di sollevare non l’isola, ma il continente - anche a Hudson. Hudson era tutto preso dalla fantasia di far uscire di galera Settembrini, Poerio, Spaventa. Pisacane, uomo tragico, socialista. Era di idee talmente eccessive da pensare che il Piemonte, con le sue piccole libertà, fosse un ostacolo al movimento, perché « se il Piemonte fosse stato governato nello stesso modo che lo furono gli altri stati italiani, la rivoluzione d’Italia sarebbe a quest’ora compiuta ». Persino l’istruzione al popolo non era credibile, « il popolo non sarà libero perché sarà istrutto, ma sarà ben tosto istrutto quando sarà libero ».

Sono proclami che abbiamo sentito anche nella nostra giovinezza.

Mazzini gli diede pochissimi soldi, e tenne il resto per organizzare Genova. Denaro massonico, ottenuto per il tramite di Lemmi. Pisacane partì il 25 giugno. Erano in ventiquattro. S’imbarcarono sul piroscafo «Cagliari» (linea Genova-Cagliari-Tunisi) e giunti al largo lo sequestrarono. Il comandante venne chiuso in cabina. I due macchinisti inglesi e il resto dell’equipaggio preferirono collaborare. Giunti a Ponza liberarono 323 prigionieri e fecero rotta su Sapri. Pisacane s’aspettava di trovare all’arrivo i patrioti napoletani. Invece non c’era nessuno. Si misero in marcia e non si vedevano contadini che s’aggregassero, popolazioni che insorgessero. Era la stagione del raccolto, stavano tutti in Puglia a lavorare. Pisacane non lo sapeva. Arrivati al Fortino di Cervara i suoi volevano convincerlo a rifugiarsi in Calabria: a Lagonegro, dicevano, l’avrebbero accolto bene. Ma ormai non sentiva più ragioni. Puntò su Sala Consilina, ebbe un primo scontro con i borbonici dove morirono 150 persone, tentò di fuggire con gli altri verso il Cilento ma a Sanza guardie e popolazione li presero e li massacrarono. Lui s’ammazzò con un colpo di pistola.

Livorno?

A Livorno i gendarmi sgominarono facilmente le quattro bande di ribelli.

Genova?

A Genova il capo della rivolta era Mazzini in persona. Ma alle 10 del mattino le autorità avevano capito che stava per succedere qualcosa e a mezzogiorno e mezza l’Apostolo annullò l’ordine di agire. Nel pomeriggio vennero schierate due compagnie di bersaglieri e questo bastò a scoraggiare i più tenaci. Tuttavia un gruppo assaltò il forte Diamante ammazzando il sergente Pastrone che aveva provato a fermarli. E 400 si radunarono intorno a mezzanotte tra piazza della Zecca e via Vallechiara. Poi basta. Fallimento completo. Nessuno è riuscito a capire il comportamento di Mazzini. Jessie White Mario, che c’era, sostiene che non volle spargimenti di sangue. Mah. In ogni caso l’Apostolo dovette darsela a gambe.

Ma il governo era d’accordo o no?

Era certamente d’accordo su Sapri e su Livorno. Cavour mandò un suo uomo, Giovanni Nicotera, appresso a Pisacane. Fu proprio Nicotera a spiegare che la spedizione non era ignota a Torino, sollevando il solito, grande allarme. A Genova, con quello che era successo, non fu rimosso neanche un funzionario di polizia. Quello che Cavour, e soprattutto Rattazzi, non sapevano era che Mazzini avrebbe tentato un colpo su Genova. Non lo sapevano o avevano voluto non saperlo, perché segnalazioni dagli agenti francesi ne erano arrivate parecchie. Secondo un’altra teoria, Cavour e Rattazzi sapevano anche di Genova e lasciarono fare a Mazzini per nascondersi meglio agli occhi dell’Europa. La sollevazione in casa loro li rendeva innocenti, no?, Londra e Parigi non sarebbero mai arrivate al punto di pensare...