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 2011  agosto 15 Lunedì calendario

VITA DI CAVOUR - PUNTATA 157 - GENOVA O LA SPEZIA?


E intanto Vittorio Emanuele progettava questo matrimonio con la principessa inglese…
Ma neanche per idea. E poi lei vuole che parliamo di questo mentre il parlamento si riunisce per discutere il traforo del Moncenisio e la creazione a La Spezia della base per la marina militare?
È chiaro che preferisco il traforo del Moncenisio.
La discussione sul traforo fornì l’occasione di un saggio di filosofia cavouriana quale era raro ascoltare. Gli oppositori avevano detto che il buco nella montagna era un’impresa superiore alle forze del Piemonte. Il conte allora invitò la Camera a votare a favore del progetto non per qualche ragione speciale – come sarebbero certi motivi letterari, non so, l’uomo che vince le forze della natura, l’ebbrezza di raggiungere la vetta ecc. – ma solo perché c’era da fidarsi degli ingegneri che avevano preparato il progetto. Intrattenne la Camera sul carattere di questi ingegneri, lodò la loro sapienza, la loro modestia. La legge passò con 98 voti su 128.
La Spezia.
Il dibattito su Genova-La Spezia invece diede luogo a interventi odiosi. La Spezia era all’epoca poco più che un villaggio. Pareto s’alzò e disse che quell’idea era stata concepita apposta per umiliare Genova e far brillare Torino nel confronto. Cavour gli si scagliò contro accusandolo di voler «ridestare in mezzo alla nazione, mentre versa in difficilissime circostanze, mal sopiti rancori, viete gelosie, ed a rieccitare in mezzo a voi il genio più fatale dell’Italia, il genio che fece alla nostra patria comune più male assai del ferro straniero, il genio delle discordie municipali, delle rivolte cittadine». La ragione per cui si era scelta La Spezia – disse - era che La Spezia si prestava particolarmente a una destinazione militare. Il commercio di Genova, trovandosi in banchina con più spazio a disposizione, ne avrebbe guadagnato. Vinse anche qui, 142 a 52.
In Parlamento non mancava mai, eh?
Il Parlamento era la sua vera passione. Mancava quando gli venivano le febbri, fatto che accadeva sempre più spesso. Le febbri lo costringevano a letto anche per una settimana intera.
Come ci si curava da queste febbri?
Salassi, cioè sanguisughe applicate al corpo. Probabilmente però il malato si riaveva da sé. La natura fa molto per il nostro bene, a dispetto della medicina. In ogni caso, sarà perché non era più forte come una volta, il Parlamento lo sfiniva. Quando era malato, teneva consiglio in camera sua. I ministri si sedevano intorno a lui, si apriva la finestra per cacciar l’odore, ben presto la camera era invasa da pratiche, inchiostri, attrezzi da cancelleria, con le carte sparpagliate sui lenzuoli. Quando tutti se n’erano andati, pensava a Bianca. Questa era l’altra disgrazia della malattia, non vedere Bianca. Bianca poteva fargli visita solo con mille cautele. Figurarsi se Gustavo l’avesse incrociata.
La cosa era ancora segreta?
Di quei segreti che sanno tutti. L’amante, profittando d’esser giovane, lo faceva ammattire. Qualche volta Camillo stava per andar da lei, e il re lo chiamava all’improvviso. Partivano allora dei biglietti disperati. Per tutta l’udienza il primo ministro non faceva che guardare l’orologio. Passate le dieci, doveva rassegnarsi: era ormai troppo tardi, l’avrebbe incontrata il giorno dopo. A gennaio, quando andò in Riviera per la vacanza della zarina, eccolo preso dal gioco bambinesco di cercare i tratti di lei nei volti delle tante dame venute a far la corte a Marija Aleksandrovna.
Beh, era innamorato.
Per la prima e unica volta nella vita. La disperazione di quell’amore era la vecchiaia. Sì, lo so, a noi 46 anni sembrano il fiore della giovinezza. Ma a quel tempo… Cavour era cadente, si sentiva cadente, sapeva che non aveva i mezzi per impedirle di incontrare altri uomini. Qualunque pretesa di possesso esclusivo lo avrebbe coperto di ridicolo. Ma le viscere gli si torcevano. Stava a Leri e gli venne male a un dente. Andò dal medico e quello con le tenaglie glielo strappò via. «Cara – scrisse a Bianca – mi trovo un poco édenté. Ciò che unito agli anni crescenti non contribuisce a far di me un amante veramente degno…». Ogni tanto esplodeva, specie per via di Tecchio, che non la smetteva di ansimare dietro di lei. Ma se la faceva passare presto. Le pagò la villeggiatura ad Aix. Che si divertisse.
Come poteva, in queste condizioni, fare l’amante, fare il presidente del Consiglio, fare il ministro degli Esteri, fare il ministro delle Finanze?
E vedersela con Gustavo per i conti di casa.
E magari con Mazzini.
Mazzini, già. Mazzini stava a Genova e pensava: «Mi trovo qui, il governo finge di non vedere, è tuttavia una terra di nemici, qualcosa si deve fare». Era stato a Londra a raccogliere soldi per la causa. La questione era: sarebbe ammesso, in questo momento politico, e con i patrioti che hanno principiato ad aver fede in Cavour, tentare qualcosa nel regno di Sardegna? Per esempio, sollevare Genova? Ma come si comporterebbero, i patrioti, se la rivoluzione scoppiasse in qualche altro luogo d’Italia e il Piemonte non si decidesse ad aiutarla?