Giorgio Dell’Arti, La Stampa 14/8/2011, 14 agosto 2011
VITA DI CAVOUR - PUNTATA 156 - LA COTTA PER BIANCA
Veniamo ora al fallimento del Regio. Ma davvero è così importante?
Il Regio apparteneva al ministero delle Finanze, supervisione del segretario generale Salmour, gestione affidata al triestino Domenico Ronzani, ballerino e coreografo. Costui, come si scoprì ben presto, era poco meno che un truffatore. Cavour stava in quel momento a Parigi per il congresso e riceveva rapporti allarmanti. Per esempio «nous avons eu de nouveaux embarras au sujet de Ronzani» (20 febbraio 1856), e meno male che due giorni prima il ballo tragico in sei atti Ugolino della Gherardesca, messo su dallo stesso Ronzani, aveva avuto un certo successo. Arrivarono lettere anche da Rattazzi («Ronzani ha fatto troppi debiti, la barca rischia di rovesciarsi»), il 2 marzo Salmour annunciò che si stava prendendo in considerazione la rottura del contratto col coreografo e la vendita all’incanto dei costumi, a metà mese l’ipotesi del fallimento apparve concreta, il 19 una folla di creditori insoddisfatti premeva alle porte del Regio, era francamente improbabile che il teatro potesse restare in piedi, il 25 si prese atto che gli artisti non potevano essere saldati e Massimo, che stava alla Direzione dei teatri, disse che avrebbe avuto meno guai accettando di andare delegato al congresso di Parigi… Passò ancora qualche settimana e si scoprì che i debiti di Ronzani erano ben altri, c’era materia per sbatterlo dentro, infatti il disgraziato, per evitare il carcere, scappò da Torino e si nascose temporaneamente in Sudamerica.
In che modo…
Il nostro uomo aveva una moglie, di professione ballerina. Costei – a sentire i contemporanei bella ragazza, sui 28 anni portati benissimo – era rimasta sola a Torino in un mare di guai e chiese aiuto a un uomo politico, un emigrato veneto che si chiamava Sebastiano Tecchio, deputato eletto nel collegio di Venasca. Tecchio le aveva fatto, e le faceva, la corte. Bianca voleva essere presentata al re.
Ci siamo capiti.
Tecchio le disse: «Cara, ascoltatemi bene, io amo le ballerine… voi siete ballerina… ben posso spendere una parola in favor vostro! Prendete un mio biglietto, andate dal ministro, egli saprà aprirvi la strada che giunge fino al sovrano».
Il ministro era Cavour.
Proprio così. Cavour era appena tornato da Parigi. Si vide davanti questa Bianca e perse la testa. E lui stesso aveva ordinato che si sospendessero i contributi al truffatore! Chiamò Salmour. «Ruggero – disse – capisco bene gli interessi del ministero, io anzi ti prego di salvaguardarli, tuttavia ti raccomanderei per quanto possibile l’indulgenza, se si potesse evitare di ridurre la signora in miseria…». A Castelli disse: «Non so resistere davanti a una donna che piange». Aveva perso la testa.
E lei?
Bianca Sevierzy o Sovierzy. Forse prussiana, forse ungherese. Abbiamo 56 lettere di Cavour a lei, e neanche una di lei a lui.
Come si spiega?
La famiglia si adoperò a cancellare le tracce di quella relazione, considerata vergognosa. Il conte non ne parlava mai con nessuno. Dopo la morte di Cavour, Gustavo scrisse che quella liaison criminale «l’aurait exclu du séjour des justes, s’egli non avesse lavato il suo torto nel sacramento della penitenza». Era certamente una puttana. Ma deve esser stata capace di consolarlo. Che altro pretendevano?
Com’era fisicamente?
Non ne sappiamo niente. C’è arrivato un disegno e… insomma, dal disegno non parrebbe una bellezza. Un suo preteso ritratto si vede su internet. Non garantisco. A parte Tecchio, capiamo da tanti indizi che deve essersela portata a letto anche il re. Capelli nerissimi, naso greco, denti piccoli e bianchi. Per Cavour fu tutt’altro che una storiella. Il 13 agosto la prima lettera in nostro possesso, su carta azzurrina. «Cara Bianca, ti ringrazio del grazioso ritratto che mi hai mandato. Hai voluto procurarmi un piccolo compenso al dispiacere ch’io provo dal non potere da tanto tempo abbracciare l’originale». Lei, con i soldi di lui, se ne stava ad Aix. «Capisco che devi colà divertirti assai più che a Torino, città poco allegra, ma ora più che mai deserta e triste». Beh, era ovvio che lui non fosse corrisposto. E del resto lo sapeva. La lettera ha questo poscritto: «Ti mando quanto mi chiedesti. Dimmi francamente se ti basta». Lui aveva 46 anni.
Insomma, una mantenuta.
Donne di Cavour che si sono fatte pagare esistono. Le donne continuarono a campare alle sue spalle anche dopo, vendendo al nipote Ainardo le lettere di lui. Bianca badò bene a non far circolare quelle in cui erano questioni di denaro. Melania tormentava Ainardo e gliene girava poche per volta, in modo da tirare per quanto possibile sul prezzo. In una lo prega di usare con lei «un peu de cette générosité que vous avez eu pour une autre» e la «autre» è chiaramente Bianca. Cavour lasciò Melania alla fine dell’estate con una lettera sconsolata. «Non sono più in grado di provare una vera passione, forse sono diventato troppo scettico nei riguardi del prossimo».
Chi è Melania?
La donna con cui era stato fino a quel momento. Poco più di una cara amica. Melania Costa, moglie separata del medico Ghighetti e che viveva di preferenza a Parigi. Romeo scrive un po’ spavaldamente che quanto a libertinaggio Cavour non prendeva lezioni da nessuno. Può darsi. Io ho al contrario una sensazione di malinconia, di solitudine da stringere il cuore.