Giorgio Dell’Arti, La Stampa 13/8/2011, 13 agosto 2011
VITA DI CAVOUR - PUNTATA 155 - LE SOFFERENZE DI UN CADETTO
A questo punto – e mi attengo al piano di lavoro che ci ha annunciato all’inizio – ci sarebbe il matrimonio tra Vittorio Emanuele II e la principessa inglese…
No, non è ancora il momento. Dobbiamo aggiornare la condizione privata del conte. In primo luogo, il mezzo impazzimento del fratello. Poi, il fallimento del Regio.
Cominciamo dall’impazzimento di Gustavo.
Dopo il congresso Cavour era uno degli uomini più riveriti e temuti d’Italia e d’Europa, trionfante su tutta la linea eccetera, ma a casa sempre un cadetto, un cadetto che doveva obbedire al marchese, il capofamiglia, e senza discutere. Una sera di quell’estate, il marchese posò a un tratto la forchetta sul tavolo e disse: «Spendiamo troppo. Feste, ricevimenti. E io vado in rovina!». Sbatteva le dita sul tavolo. La voce gli tremava.
Non erano ricchissimi?
Sì, ma i conti di casa, nonostante facesse il primo ministro, li teneva ancora Camillo. Gustavo continuò: «Io non so niente dei conti, ma vedo che di questo passo non ce la faremo. Che bisogno c’è, per esempio, di mangiar tanto? Non si potrebbero eliminare un paio di portate? E come mai a Leri non si finisce di costruire?». Camillo rispose: «Sono discorsi ingiusti. Leri dà un grande reddito. Se mi sono lasciato andare a qualche fantasia è perché non sarò eternamente ministro. Dopo, voglio ritirarmi laggiù». Non c’era però modo di fargliela capire. Gustavo la mise giù dura: «Insomma, il marchese sono io. Desidero che si cambi sistema. Io devo controllare. Io devo sapere. Voglio essere io ad autorizzare le spese più forti».
Ma Cavour col fratello chinava la testa? Perché uno così, prepotente, che metteva sotto re e primi ministri…
Col fratello chinava la testa, e in un certo senso – data l’epoca – non avrebbe potuto far diversamente. Infatti disse: «Va bene, amico mio, ti metterò al corrente di tutto». Era stato Camillo a volere che il patrimonio – dove si sommavano adesso le eredità Cavour, Lascaris e Clermont-Tonnerre – restasse indiviso. Diceva che considerava i figli di Gustavo come suoi. S’era poi sobbarcato l’amministrazione, con l’intenzione di liberare al più presto il patrimonio da debiti e interessi passivi. Agli impegni ereditati s’erano aggiunte ogni sorta di incombenze, per esempio il solo matrimonio di Giuseppina era costato 120 mila lire, fra dote, fardello, regali e diritto di insinuazione.
Matrimonio con chi?
Con Carlo Alfieri di Sostegno, il figlio di Cesare Alfieri. Per questa via i Cavour s’erano imparentati coi d’Azeglio, dato che Costanza, la moglie di Roberto d’Azeglio, era sorella di Cesare.
Che cos’è quella lamentela per le feste? Mi pareva che Cavour, su quel lato, si fosse placato. Anzi, mi pareva che non avesse poi tutta questa passione per la mondanità.
Durante il congresso Cavour aveva fatto dimettere Cibrario, dato che non era veramente all’altezza (anche al re la passione per Cibrario era passata presto). S’era preso lui sulle spalle il ministero degli Esteri. Ora, in una fase così delicata della vita politica, era evidente che il ministro degli Esteri dovesse invitar gente. C’erano è vero fondi del ministero, ma non bastavano e Cavour integrava di tasca sua. Anche per questo Gustavo si vedeva sul lastrico.
E le costruzioni a Leri?
Effettivamente tra Leri, Torrone e Montarucco se n’erano andate in cinque anni 140 mila lire. Ma l’azienda era molto florida, era una spesa assolutamente compatibile… In ogni caso, dovette rassegnarsi. La sera, dopo essersi occupato tutto il giorno di austriaci, inglesi e principati danubiani, si metteva lì a ricontrollare le spese di cucina. Risultò che la famiglia godeva di una ricchezza eccezionale. Da quando era morto Michele avevano investito (migliorie, ecc.) 917 mila lire. Le proprietà s’erano sgravate di 20-25 mila lire l’anno di interessi. Possedevano palazzi, case, cascine e terre a Leri, Pianezza, Cavour, Grinzane, Trofarello, Isolabella, Santena, Cellarengo, Chieri, oltre naturalmente Torino. Il tutto per un valore di 6 milioni 930.904 lire lorde. Si arrivava a 7 milioni e 300 mila lire considerando anche i titoli, azioni ferroviarie, industriali e assicuratrici, rendita e interessi su prestiti privati…
Usura?
Da quando una legge aveva autorizzato interessi del 12 per cento prestavano anche di più.
Lui quanto prendeva di stipendio?
17 mila lire l’anno, comprese duemila lire d’indennità d’alloggio.
Eliminò poi le due portate da tavola?
Sì, perché Gustavo non si convinceva. «Va bene – disse – toglieremo le due portate, e ogni spesa superiore alle 500 lire sarà autorizzata da te, e ogni novembre faremo il bilancio e non si faranno più riparazioni o ampliamenti senza averne parlato prima. Mi occuperò io delle spese di cucina e terremo la contabilità a partita doppia. Rinaldi terrà la cassa e Tosco il mastro e i libri ausiliari». Stese un regolamento in dodici articoli. Gustavo si tranquillizzò.
Mi figuro che poi sia facile ingannare uno che di queste cose capisce poco o niente.
Io penso che lo sgomento di Gustavo, un uomo molto pio, fosse l’unico sbocco ammissibile di una gelosia, di un’invidia… Cavour dopo il congresso era diventato popolarissimo.
Non si seccava di piombare dalle glorie del giorno ai mugugni della sera?
Sì, rientrando a casa pensava: eccoci alla succursale del camposanto.