Giovanna Gabrielli, il Fatto Quotidiano 23/8/2011, 23 agosto 2011
IL FATTO DI IERI - 23 AGOSTO 1923 - “A
quel prete dategli delle bastonate di stile. E se il questore e il prefetto vi rompono i coglioni, io scrivo a Roma”. Italo Balbo, ras ferrarese, ha fretta di liquidare quel sacerdote ribelle, parroco e fondatore degli scout di Argenta, che si era opposto all’ingresso dei giovani cattolici nelle file dei Balilla, e aveva rifiutato il ruolo di cappellano della Milizia. E così, in una lettera a Tommaso Beltrami, Segretario del Fascio di Ferrara, detta la linea per l’aggressione a Don Minzoni. È la notte del 23 agosto 1923, quando due killer, sbucati nel buio, eseguono gli ordini. Una randellata secca al cranio, il tempo di trascinarsi sanguinante fino alla porta della canonica e di stramazzare al suolo, ucciso dagli squadristi, ben protetti dall’organizzazione fascista. Per i due bravacci, rifugiatisi nella casa del capo dei fascisti di Argenta, è missione compiuta. Tra lo sgomento dei giovani Esploratori argentani, il delitto del “Matteotti cattolico”, finito col solito processo farsa, verrà rapidamente archiviato come “gesto violento di fanatici locali” dalle gerarchie della Chiesa. Pronte a ignorare, in omaggio ai rapporti di buon vicinato con l’ormai dominante fascismo, mandanti e movente.