Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  agosto 23 Martedì calendario

DA RAÌS VISIONARIO A FEROCE DITTATORE

Nessuno, soltanto qualche mese fa, avrebbe mai immaginato una fine di Gheddafi così rapida e violenta. Nessuno poteva pensare che avrebbe dovuto fare i conti prima con una rivolta e poi con i raid della Nato che gli sono stati fatali più delle disordinate milizie degli insorti.

Alla fine dell’agosto scorso sbarcava a Roma per la sua terza visita ufficiale dopo il trattato di amicizia del 2008, con una divisa grondante di medaglie e l’effigie dell’eroe libico della guerra anticoloniale, Omar el Mukhtar. Lo attendevano incontri, cortei di politici e uomini d’affari, e persino una platea di centinaia di ragazze avvenenti ingaggiate per una sua conferenza sull’Islam. Vennero annunciate anche delle conversioni. Dubbie. Di certo c’erano gli accordi con l’Eni da 25 miliardi di dollari, la joint venture con la Finmeccanica, l’aumento delle quote dei fondi libici nell’Unicredit. Le intese, a cui teneva allora fede, di frenare l’emigrazione clandestina dalla sponda Sud.

Gheddafi era un amico, un alleato, un socio in affari nostro ma anche della Francia e della Gran Bretagna. Gli inglesi, per mettere il collo davanti all’Italia nei contratti petroliferi, erano arrivati riconsegnare ai libici anche uno degli agenti responsabili dei 280 morti nell’attentato al volo Pan Am, esploso nel 1988 sui cieli scozzesi di Lockerbie.

Sotto le bombe della Nato non è crollato un Bin Laden ma un alleato, almeno così sembrava, dell’Occidente. Appena dopo l’esplosione della rivolta, cominciata a Bengasi tra il 15 e il 17 febbraio, si pensava che Gheddafi avrebbe avuto facilmente ragione di un’opposizione che nel tempo si era dimostrata incapace di sbalzarlo dal potere. E invece un po’ per l’effetto emulativo delle rivolte in Tunisia ed Egitto e molto per l’incapacità e l’inefficienza del regime, i ribelli si erano impadroniti della piazza. La reazione di Gheddafi è stata dura, amplificata da notizie su massacri, scontri, fosse comuni diffuse dalle tv arabe che hanno innescato un’ondata di sdegno anche nel mondo occidentale.

Con la risoluzione 1973 votata all’Onu il 17 marzo, dietro lo schermo della missione umanitaria, veniva decretata la fine del regime e la sua. Con l’intervento francese e britannico, assai rapido e un po’ sospetto, seguito da quello americano e poi della Nato, si apriva un fronte della Cirenaica guidato dai ribelli contrapposto a quello della Tripolitania. La Libia di Gheddafi già non esisteva più.

Eppure questo raìs, il Qaid come lo chiamavano con rispetto i libici, ha avuto una sua grandezza. Veniva da un punto sperduto nel deserto della Sirte dove era nato nel 1942 ancora cittadino italiano: fu il primo della sua tribù a studiare. A 17 anni salì in piedi su una cattedra del liceo per esortare i compagni a seguire Nasser, l’eroe che si propose di emulare. Fu espulso: a Misurata, con il compagno Jalloud, cominciò a reclutare i giovani più intelligenti e coraggiosi che poi fecero il colpo di stato del 1969 contro il debole re Idris.

Sollevò allora le speranze di un popolo, aveva ambizioni intellettuali, al punto di elaborare nel Libro Verde la "terza teoria universale", in contrapposizione sia al comunismo che al capitalismo. L’Islam, interpretato in maniera molto laica, doveva essere il propellente per lanciarla nel mondo arabo-musulmano.

Fu anche un utopista: il potere direttamente al popolo, in un sistema, la Jamahiriya, che non era né il socialismo né la democrazia rappresentativa. Certo fu un fallimento: alla fine della Libia sono rimaste le cabile e le tribù, insieme alle storiche divisioni tra Tripolitania e Cirenaica. Voleva lottare contro la mahsoubia, il nepotismo e la corruzione, poi c’è cascato in pieno, favorendo il suo clan, la famiglia e i figli, che si sono arricchiti e hanno dilapidato in lussi, emulando gli emiri del petrolio.

Il finale forse non è stato all’altezza delle attese suscitate dalla sua retorica ma non avrebbe preso il potere a 27 anni e attraversato tutte le temperie, compreso il bombardamento del presidente americano Ronald Reagan, se fosse stato soltanto una marionetta. È stato un leader, un capo militare, anche un terrorista, al quale la Libia andava stretta e che amava i coup de theâtre..

Gheddafi ha però mancato l’obiettivo più importante, quello di costruire uno stato moderno e si è rifugiato nelle tribù, prima di tutto nella sua, la Ghaddafiah. Il raìs libico, quando si è accorto di avere fallito nei suoi piani di grandeur, si è appoggiato, con il riflesso automatico della cultura beduina, su una rete di fedeltà e alleanze tradizionali.

La Libia lo ha tradito sin dall’inizio. Del resto aveva l’ambizione non di guidare un paese poco popoloso e marginale, ma uno stato come l’Egitto o la Turchia. Voleva essere il nuovo Nasser, magari di più. Per questo ha tentato l’unione con l’Egitto, la Tunisia, la Siria, finanziando guerre e velleitari tentativi di eversione: nel mondo arabo ha riscosso sempre ben poche simpatie. Ha sprecato centinaia di miliardi di dollari in armamenti, con un esercito troppo esiguo per manovrare inutili carri armati e flotte di cacciabombardieri che non gli sono serviti a nulla, per poi ridursi a usare milizie personali e mercenari per reprimere i ribelli.

Il suo dramma negli ultimi mesi si è consumato nel bunker alla caserma di Bab al-Aziziya, già sventrata nell’aprile 1986 dai caccia di Reagan. Qui tutto era stato trasformato in museo, compreso il lettino della figlia adottiva Hanna, 16 mesi, uccisa dalle schegge, conservato sotto una teca di vetro. Gheddafi ha vissuto in questa ossessione, nella memoria di quelle notti asserragliato con la famiglia ad aspettare le bombe. «Dove eravate voi?», ha ripetuto in tv rivolto alle nuove generazioni di giovani libici _ uno su tre ha meno di 15 anni_ che non lo capivano e volevano ben altro che la retorica guerresca.

Gheddafi è stato un giovane ufficiale animato dalla febbre di cambiare il mondo. La febbre si è tramutata in follia, in recita e ora all’ultimo atto, in disperazione e debolezza crudele. In questi mesi di inutile sangue sparso, strangolando Misurata in un assedio insensato, non si sentiva un dittatore ma l’educatore di una scolaresca renitente: ha pronunciato mille volte la parola bambini ribelli, giovani drogati. Con i massacri ha fatto un male estremo, senza rimedio, ma ha pure ucciso se stesso, l’ultimo barlume di quel capitano di cui per molto tempo dopo il colpo di stato non si conosceva neppure il nome. Se fosse rimasto così, solo un nome, sarebbe entrato nella galleria degli eroi arabi, ora è già un ritratto archiviato tra i peggiori dittatori della storia mediterranea.