Federico Fubini, Corriere della Sera 23/08/2011, 23 agosto 2011
LE SPINE DI BERNANKE E TRICHET. SOTTO ASSEDIO A JACKSON HOLE —
Quando fra tre giorni si troveranno fra i monti di Jackson Hole, nel Wyoming, i grandi banchieri centrali del pianeta parleranno in via ufficiale di tutto meno del tema che probabilmente li preoccupa di più: se stessi.
La loro indipendenza non è solo un cardine delle democrazie, è l’abito che indossano come una seconda pelle dal primo giorno di carriera. Eppure quattro anni dentro la crisi più lunga del dopoguerra, il suo tessuto appare ogni giorno più logoro e minacciato dagli strappi. Ben Bernanke alla Federal Reserve e il suo pari grado Jean-Claude Trichet alla Banca centrale europea stanno seguendo, quanto a questo, vite parallele. Specie negli ultimi tempi. Quando per esempio il 7 agosto la Bce ha deciso di comprare titoli di Stato di Italia e Spagna, con interventi che avrebbero sfornato i 40 miliardi nelle due settimane successive, il consiglio dei governatori si è diviso. Da un lato i banchieri centrali espressi dalla Francia e dai Paesi periferici dell’euro, tutti favorevoli; dall’altro il no dei due tedeschi Jens Weidmann e Jürgen Stark e dell’olandese Kaas Knot. Più del confronto fra approcci intellettuali diversi, è parsa un linea di faglia di tipo quasi geopolitico: in ogni caso lo stesso schieramento che spesso paralizza l’Eurogruppo, dove siedono ministri finanziari preoccupati (anche) delle loro prossime elezioni politiche. Due giorni fa Stark, che siede nell’esecutivo della Bce, si è poi spinto a un soffio dal dissociarsi dalla linea della sua stessa banca centrale. In ogni caso, ha avvertito in un’intervista il capoeconomista tedesco della Bce, gli acquisti di titoli di Roma e Madrid «non potranno durare a lungo»: parole volte a rassicurare il pubblico in Germania, dove gli interventi della Bce sono oggetto di critiche costanti nella maggioranza di governo e nell’opinione pubblica. L’altro giorno la Frankfurter Allgemeine Zeitung ha accusato Trichet di aver trasformato la Bce in una «Bbe, bad bank europea». Mai prima le scelte di tecnocrati non eletti e indipendenti erano finite così direttamente al centro della contesa politica.
Non che Bernanke si senta molto più a suo agio. La scorsa settimana Rick Perry, candidato alla Casa Bianca in testa ai sondaggi fra i repubblicani, lo ha insultato. «Se questo tizio stampa altro denaro fra ora e le elezioni, noi giù nel Texas lo tratteremo in modo brutto — ha proclamato a un incontro in piazza —. Stampare denaro per giocare in politica in questo momento è quasi infido, è da traditori». Perry per ora ha il vento in poppa in vista delle primarie, è vicino ai Tea Party e ha subito incassato l’appoggio di Sarah Palin. Più sorprendente è che anche il Wall Street Journal gli abbia dato ragione, invitandolo a migliorare «l’articolazione delle parole». In un commento non firmato, venerdì il quotidiano controllato da Rupert Murdoch ha detto che «gli americani devono discutere sulla politica della Fed nel 2012», l’anno delle presidenziali: come se fosse un argomento che si decide alle elezioni. Il Journal ha poi accusato Bernanke di essere vicino alla Casa Bianca e al Tesoro.
In fondo, il presidente della Fed se lo aspettava. Fu lui in discorso pronunciato in Giappone all’inizio del decennio a dire che, quando i tassi finiscono a zero, la politica monetaria diventa di fatto seconda alla politica di bilancio. Si avvicina cioè al campo delle decisioni dei governi, le tasse e la spesa: è esattamente quel succede alla Fed e alla Bce da quando hanno entrambe iniziato a comprare i titoli di Stato emessi nella propria area. La Fed lo ha fatto creando moneta con l’obiettivo di sostenere l’economia; la Bce, anche se i suoi tassi non sono a zero, per calmare il panico sui Paesi più deboli. Alla radice in entrambi i casi c’è il peso del debito che spinge le banche centrali fuori dal loro territorio, obbligandole su un terreno dove diventano oggetto di scontro.
Il risultato rischia di essere la paralisi. La minaccia dei mercati richiederebbe risposte coordinate dei grandi banchieri centrali, ma queste diventano più difficili quando la politica pesa su ciascuno di loro. Non è un caso se il prezzo dell’oro aumenta da quando Bernanke e Trichet navigano fra questi scogli: il mercato esprime la sua sfiducia nella gestione del dollaro e dell’euro accumulando quello che John Maynard Keynes chiamava un «cimelio barbaro». Meglio questo, che valute di cui non sono più chiari i sistemi di comando e controllo. Il boom del prezzo dei lingotti misura così un problema di credibilità. Nell’era della moneta elettronica e immateriale, è solo l’ultimo (per ora) dei paradossi di un cambio d’epoca ancora aperto.
Federico Fubini