Massimo Sideri, Corriere della Sera 23/08/2011, 23 agosto 2011
ENEL E FINCANTIERI LE PIU’ FACILI E VELOCI MA A PREZZO DI SALDO
Tirrenia, ovvero l’«Alitalia dei mari»: 576 milioni di euro dei contribuenti distribuiti come convenzioni nell’arco dei prossimi 8 anni alle società private dei tre armatori napoletani Vincenzo Onorato, Gianluigi Aponte e Emanuele Grimaldi che hanno accettato di rilevare l’azienda per una cifra che si aggira sui 380 milioni. Partiamo dall’ultima privatizzazione — conclusa poco più di un mese e mezzo fa con un iter a dir poco sofferto per dipendenti, passeggeri e per la categoria dei «non evasori» — tanto per spiegare come non andrebbero fatte le dismissioni di Stato, visto che con la manovra se ne torna a parlare. «Ti pago perché mantieni l’occupazione e mi levi una rogna. Diciamo la verità: i sussidi sono l’unico asset dentro Tirrenia» sintetizza Carlo Stagnaro, direttore delle ricerche dell’Istituto turbo-liberista Bruno Leoni. «È chiaro che in quel caso bisognava anche minimizzare l’impatto sociale» riconosce.
Ma la lista che l’Istituto propone come ricetta «radicale» anti-crisi in questi tempi in cui il dibattito sul tema è nell’occhio del ciclone parte proprio da questo: privatizzare tutto il privatizzabile non come strumento di welfare, ma come leva per stimolare la concorrenza, abbattendo il debito pubblico, senza dimenticare le difficoltà di un processo che si è dimostrato spesso meno agile di quanto potesse apparire all’inizio. Un esempio è quel 30,3% dell’Eni che — essendo la società già quotata — potrebbe apparire come una scelta, se non politicamente, almeno tecnicamente facile. E invece il livello di complessità che l’istituto sconta è medio a causa della necessaria «riorganizzazione aziendale». Al top delle vendite complesse ci sono Poste (3,4 miliardi) e Ferrovie dello Stato (di gran lunga l’asset più importante con una valorizzazione pari a oltre 36 miliardi). Per questo nel paper inedito dell’Ibl — che, quale che sia il legittimo punto di vista di ognuno, ha il coraggio di credere nell’ultra-liberismo ora che non va più tanto di moda dopo la crisi finanziaria della Wall Street di Lehman e dintorni — si consiglia di partire da quelle che possono essere portate a casa più velocemente incassando oltre 20 miliardi sull’unghia: Enel, Fincantieri, Finmeccanica, Terna e Sace (la società che offre copertura assicurativa nelle operazioni di export). Nessun dubbio sull’aspetto strategico di queste aziende: «Al limite potremmo considerare strategica la proprietà della rete ma non della società. Non c’è nessun motivo per cui dovrebbe rimanere pubblica». La classifica delle complessità dei processi di vendita delle società o delle quote detenute direttamente nel portafoglio del Ministero delle Finanze o per il tramite della Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) non esclude nulla. Enel, Eni, Eur Immobiliare, Fincantieri, Finmeccanica, Invitalia, Poste Italiane, Sace, StMicroelectronics, Terna, Cinecittà, Rai, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Consap, Ferrovie, Sogei, Sogesid, Sogin, Inail. Non c’è pietà per nessuno. Perfino la Cdp secondo Stagnaro andrebbe dismessa. «Alla fine non è altro che una banca». Insomma, fine dello Stato-proprietario. Ma non senza ostacoli. La valorizzazione dell’intero portafoglio societario elaborata sulla base di dati presi da E. Barucci e F. Pierobon è di 101,7 miliardi. «Il dato è sopravvalutato visto il calo delle quotazioni borsistiche dell’ultimo mese». E infatti questo potrebbe essere uno dei punti deboli del ragionamento: vendendo ora si subisce il mercato depresso. «Ma visto che noi consideriamo sottovalutate le valorizzazioni perché risentono della debolezza del Paese e visto che in queste società non è cambiato nulla in questo periodo il doppio effetto delle due forze contrarie dovrebbe riequilibrarsi con la vendita» difende la scelta Stagnaro. «Il punto è che la vendita degli immobili di cui si parla — sottolinea il direttore dell’istituto Albergo Mingardi — richiede comunque molto tempo. Secondo noi bisogna passare per la vendita delle società o delle quote stesse puntando su un doppio dividendo: innescare dinamiche competitive nei vari settori e abbattere il debito, rifuggendo alla tentazione di impiegare i proventi per alimentare la spesa corrente».
«Il principio non può esser passare la nottata com’è stato fatto con i proventi dello scudo fiscale» giudica Stagnaro. Per ogni euro dell’Eni, che rende allo Stato 5 centesimi l’anno — calcola — bisogna pagarne 6 come interesse dei Btp. Dunque il netto sarebbe «positivo». A conti fatti il patrimonio degli immobili pesa per circa 400 miliardi. Di questi solo 100 potrebbero essere messi sul mercato «velocemente» con un processo che comunque richiederebbe mesi: «Nessuno sa cosa c’è dentro, devi spostare degli uffici, le persone, devi cartolarizzare». E gli esempi passati delle famose «Scip» non hanno certo brillato. Inoltre c’è una zona grigia dove si incontrano i beni inalienabili come il Colosseo e quelli invendibili come la caserma diroccata. Dunque ecco la soluzione come l’Enel: «Potresti deciderlo in 24 ore e farlo in una settimana». Privatizzare tout court in Parlamento sarà ben più complicato. C’è da scommetterci.
Massimo Sideri