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 2011  agosto 23 Martedì calendario

UNA PARTITA CHE VALE IL 13% DEI RICAVI

Per l’Eni è stata una poderosa iniezione di ricostituente. La fine del regime del colonnello Gheddafi in Libia ha fatto impennare le azioni del Cane a sei zampe, con rialzi che hanno sfiorato il 10% a Piazza Affari. Il titolo – entrato di nuovo nelle grazie di Standard & Poors’, che ha rivisto il giudizio da "sell" a "hold" – ha poi chiuso a 13,27 euro (+6,3%), cancellando almeno in parte l’effetto negativo della Robin Tax, prefigurata dal Governo.

Oltre all’Eni, partner storico di Tripoli, le Borse hanno premiato anche le altre compagnie petrolifere attive in Libia – dalla francese Total (+2,3%) alla spagnola Repsol (+2,6%), all’austriaca Omv (+5,1%) – con un entusiasmo che ha superato di gran lunga quello osservato sui mercati petroliferi. Il Brent per consegna ottobre, che a inizio seduta era arretrato di circa il 3% fino a un minimo di 105,15 dollari al barile, ha poi chiuso a 108,36 $/barile, in calo di un modestissimo 0,2% rispetto a venerdì. Il Wti – riferimento americano, molto meno influenzato dall’assenza dei pregiati greggi libici, che per l’80% prendevano la via dell’Europa – ha addirittura chiuso in forte rialzo: il future per settembre è giunto ieri a scadenza a 84,12 $/bbl (+2,3%).

La svolta nel conflitto in Libia racchiude grandi speranze per l’Eni, che è presente nel Paese nordafricano dalla fine degli anni ’50, ben prima dell’arrivo al potere di Gheddafi, che risale al 1969. Il gruppo di San Donato, a differenza delle compagnie britanniche e statunitensi, non ha mai abbandonato le operazioni in Libia, neppure durante gli anni dell’embargo. E fino all’esplodere della guerra civile era il maggiore partner straniero nel settore degli idrocarburi, con un piano di investimenti da 25 miliardi per i prossimi dieci anni.

Per San Donato, che dalla Libia otteneva oltre il 13% del fatturato, grazie a una produzione di oltre 280mila barili equivalenti petrolio al giorno, tornare ad operare nel Paese alle stesse condizioni di un tempo significherebbe molto. Il presidente del gruppo, Giuseppe Recchi, ieri si è mostrato estremamente ottimista: «Si riapre un’importante fonte di gas e di petrolio, che nell’interrompersi ci aveva penalizzato particolarmente come Paese. E questo succede prima dell’inverno, per cui la cosa è positiva». Recchi è tranquillo anche sulle relazioni con Tripoli: «I nostri contratti – ha sottolineato – sono protetti dalle leggi internazionali».

Anche il ministro degli Esteri Franco Frattini ai microfoni della Rai ostentava fiducia: «Le infrastrutture sono state costruite dagli italiani, dalla Saipem, ed è chiaro che l’Eni avrà un ruolo da numero uno in futuro».

In realtà è difficile che il nuovo Governo libico, una volta insediatosi, rinunci a rivedere il contenuto dei contratti che erano stati siglati da Gheddafi. Tuttavia, Tripoli non potrà prescindere dall’Italia per le vendite di gas: il nostro Paese è collegato ai giacimenti di metano libici con il gasdotto Greenstream, che ha una capacità di trasporto di 8 miliardi di metri cubi l’anno. Riattivare la produzione di gas, inoltre, è relativamente facile: Claudio Descalzi, direttore generale Exploration & Production dell’Eni, stima che potrebbero bastare due o tre mesi. Sempre che – come sembra – non vi siano stati danni alle infrastrutture.

Diverso, tuttavia, è il caso del petrolio. Lo stesso Descalzi stima in circa un anno il tempo necessario perché la Libia torni alla piena produzione, che prima della guerra era di circa 1,6 milioni di barili al giorno. La sua è una stima piuttosto ottimista. Shokri Ghanem, responsabile della compagnia petrolifera nazionale libica fino allo scorso maggio – quando ha abbandonato il regime di Gheddafi – pensa che ci vorrà un anno e mezzo, anche se qualche migliaio di barili al giorno potrebbero tornare disponibili in tempi più brevi.

Gli analisti sono ben più scettici: alcuni temono che l’output non possa essere completamente recuperato prima di 3-4 anni di tempo, anche se per la maggior parte ritengono che si possa ritornare a un milione di barili al giorno nel giro di un anno. Prima però occorre che ci siano le condizioni per rimettere mano ai giacimenti, che le compagnie petrolifere hanno abbandonato in fretta e furia durante i combattimenti, e non è ancora chiaro se vi siano stati dei danni. La Farnesina afferma che un team di tecnici dell’Eni è già sul posto per le prime valutazioni, ma da San Donato non ci sono conferme.