Giorgio Dell’Arti, La Stampa 23/8/2011, 23 agosto 2011
VITA DI CAVOUR - PUNTATA 164 - GHIGLIOTTINA PER ORSINI
Quindi comincia a venir fuori questa idea di Napoleone di allearsi con il Piemonte per far la guerra all’Austria.
L’imperatore s’era invaghito di Orsini e aveva anche scoperto che l’attentato poteva essere un buon movente per precipitare le relazioni con Vienna. Se girano tanti terroristi per l’Europa non è perché l’Italia si trova in quelle condizioni? Il cambio di umori dell’imperatore è ben visibile dai suoi colloqui con Della Rocca, l’aiutante di campo di Vittorio Emanuele II. Al primo incontro Napoleone III, col suo leggero accento tedesco (era stato educato in Baviera), con la sua solita flemma aveva però pronunciato parole durissime: «Caro Della Rocca, non avrei sangue nelle vene se tollerassi la presenza di assassini alla mia frontiera e che poi in mezzo ai miei vicini si faccia l’apologia del delitto. Dico dunque al Piemonte: amo il vostro paese, amo il vostro re, ho una gran simpatia per la vostra bandiera, per la causa che rappresenta l’Italia, ma se non si fa niente, se non si trova il mezzo di reprimere la stampa, di proteggere la morale e la religione, se non si crea una polizia, allora la mia amicizia si raffredderà, io sarò obbligato a mettermi con l’Austria». Vittorio Emanuele aveva preso male questa specie di diktat, « ... le parole dell’Imperatore - scrisse a Della Rocca - hanno un’aria di rimprovero o di minaccia a cui sono molto poco abituato... ». Napoleone, venuto a sapere della reazione molto seccata del re, abbassò subito i toni, ricevette Della Rocca e gli disse: «Amo l’Italia e in modo particolare il Piemonte e sarò sempre suo alleato contro l’Austria... Se nel ‘49 mi fossi trovato dove mi trovo ora avrei aiutato Carlo Alberto». Queste buone disposizioni erano arrivate a un punto tale che, dopo la sentenza (lavori forzati per Gomez, grazia per De Rudio, ghigliottina per gli altri tre), Napoleone voleva graziare Orsini e dovette rinunciare perché i suoi consiglieri minacciarono di dimettersi. Prima che andasse a morte, però, si fece scrivere un’altra lettera.
Da render pubblica...
E certo. « Fra poche ore io non sarò più - scriveva Orsini - però prima di dare l’ultimo respiro vitale, voglio che si sappia, e il dichiaro con quella franchezza e coraggio che sino ad oggi non ebbi mai smentiti, che l’assassinio sotto qualunque veste è s’ammanti non entra ne’ miei princìpi, abbenché per un fatale errore mentale io mi sia lasciato condurre ad organizzare l’attentato del 14 gennaio. [...] I miei compatrioti sappiano per voce stessa di un patriota che muore, che la redenzione loro deve conquistarsi coll’abnegazione di loro stessi, colla costante unità di sforzi e di sacrifici, e coll’esercizio della virtù verace. […] Muoio, ma mentre che il faccio con calma e dignità, voglio che la mia memoria non rimanga macchiata da alcun misfatto. Quanto alle vittime del 14 gennaio, offro il mio sangue in sacrificio, e prego gli italiani che fatti un dì indipendenti diano un degno compenso a tutti coloro che ne soffrirono danno ». Salirono poi sul patibolo il 13 marzo. Pieri non si reggeva dalla paura, pure riuscì a cantare En mourant pour la patrie . Orsini invece, da bravo attore, tutto fiero, tutto impettito, gridò «Viva l’Italia! Viva la Francia!» e si fece tagliare la testa senza un tremito.
M’immagino che questa seconda lettera avrà fatto molto gioco a Cavour.
Quando la lettera era arrivata a Torino, Cavour aveva fatto salti di gioia. Nell’ufficio con lui c’erano Massari e Farini. Il dottor Conneau - quello che durante il congresso aveva tenuto i rapporti con Nigra per conto dell’imperatore - aveva detto a Villamarina: «All’imperatore piacerebbe tanto che venissero rese note le ultime parole di quel poveretto. La pubblicazione in Francia, naturalmente, sarebbe uno scandalo...». Cavour adesso si raccomandava che non trapelasse niente prima della pubblicazione. Doveva essere una bomba! Si misero in tre per scrivere le otto righe di cappello e la lettera uscì sul numero del 31 marzo della «Gazzetta». Le ricordo che la «Gazzetta» era l’organo ufficiale. Gli austriaci tentarono di non far entrare il giornale in Lombardia, ma la notizia si sparse come un fulmine. Buol mandò una nota a Hübner perché rappresentasse alle Tuileries lo stato d’allarme austriaco. Cavour era in preda a un’eccitazione delle sue.
Che fece?
Presentò alla Camera questo progetto che prevedeva il reato di apologia degli attentati politici. Il rischio di andar sotto era forte. Sfoderò allora un discorso dei suoi che cominciava dalla guerra del ‘48 e finiva con Mazzini che voleva ammazzare Vittorio Emanuele. Non mancò la denuncia dell’Austria né l’esaltazione dell’alleanza con i francesi. La legge passò, sul suo tavolo si rovesciò un’altra ondata di messaggi di plauso provenienti da tutta Italia. Da Vienna, altre notizie di preoccupazione e di sdegno. Quando ci fu da chiedere al Parlamento il permesso di contrarre un prestito da 40 milioni, fece capire che presto sarebbe scoppiata la guerra. E anche il prestito venne approvato. Ma era tutto un azzardo, il conte spingeva le cose ben al di là del consentito. Era paradossale, ma proprio grazie all’attentato i rapporti con i francesi s’erano fatti ottimi. Forse non erano mai stati tanto buoni. Mancava solo un qualche atto formale. E proprio allora arrivò a Torino il piano Bixio.