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 2011  agosto 23 Martedì calendario

Petrolio e contratti La torta di Tripoli - Le diplomazie economiche (e soprattutto politiche) sono già al lavoro

Petrolio e contratti La torta di Tripoli - Le diplomazie economiche (e soprattutto politiche) sono già al lavoro. Prima ancora che sfumi l’eco degli spari nelle strade di Tripoli, il mirino internazionale è puntato sul tesoro libico. Sulla immensa riserva di petrolio, la più grande d’Africa, stimata in 45 miliardi di barili, anzitutto. Ma anche sui ricchi contratti infrastrutturali che, Gheddafi regnante, hanno portato nel Paese nordafricano circa 130 imprese tricolori, tra grandi medie e piccole, facendo impennare l’interscambio commerciale Italia-Libia a 14 miliardi. L’Italia punta alla riconferma piena, ma soprattutto sul petrolio la partita si annuncia delicata. L’Eni è il primo operatore internazionale nel Paese, Tripoli rappresentava - prima che tutto si fermasse, ad eccezione dell’estrazione di gas per la produzione locale di energia il 13% del suo fatturato. Dopotutto l’Italia è il primo acquirente di petrolio libico, 12,5 miliardi di dollari nel 2010, il 33,7% del totale. Alle spalle però c’è la Francia, con 6,2 miliardi di dollari e una quota del 16,7% che a Parigi vorrebbero incrementare, spingendo l’avanzata del proprio principale operatore, la Total. Potrebbe essere questo il dividendo che la Francia potrebbe ottenere per aver supportato i ribelli fin dalla primissima ora. Il presidente del Cane a sei zampe, Giuseppe Recchi, sulle possibili pretese di Total glissa con eleganza: «La situazione tuttora è davvero in completa evoluzione», osserva. Al presidente dell’Eni chiedono se gli ottimi trascorsi tra Gheddafi e il premier Silvio Berlusconi non possano essere da ostacolo per il futuro, nonostante le concessioni si protraggano fino al 2045 per il gas e al 2025 per il petrolio. E Recchi: «Nessun allarme e nessuna preoccupazione specifica per l’Eni in Libia, ma solo gioia per il fatto che il mercato possa tornare ad essere stabile». Dopotutto «abbiamo già degli impianti e tubazioni di trasporto, frutto tutti di contratti internazionali e dunque soggetti a leggi internazionali. Non abbiamo preoccupazioni di sorta, da questo punto di vista». Servirà comunque tempo per tornare alla normale produzione: due o tre mesi per i flussi di gas, un anno per il petrolio. Insomma, Italia e Francia puntano a fare il pieno di petrolio libico, Russia (tra cui Gazprom Neft), Cina (che aveva 75 società presenti) e Brasile (con Petrobras) rischiano di pagare un dazio politico pesante. Anche il gruppo Finmeccanica ha un bel po’ di interessi: contratti per circa 750 milioni di euro da parte di due società, Ansaldo Sts (riguarda due ferrovie) e Selex (per il controllo del confine libico col Ciad); Agusta ha già consegnato 17 dei 20 elicotteri civili frutto di una precedente commessa. L’ad del gruppo Giuseppe Orsi prima di parlare evidentemente ripensa all’incontro avuto a Roma in aprile con il rappresentante dei ribelli. E , sulla scorta delle parole di Jibril, dice che sì, «riteniamo che i contratti in essere verranno rispettati come negli altri settori. Non abbiamo ragione di credere che saranno modificati». L’Enel a Tripoli non c’era. Ma l’amministratore delegato, Fulvio Conti, spiega di considerare la cosa, vista l’evoluzione delle ultime ore. «Avevamo deciso di non avere relazioni con il regime perché non ci piaceva» quando c’era Gheddafi. Ora la situazione «può cambiare, la Libia può diventare una democrazia e noi potremmo guardare ad opportunità, se ce ne saranno». E poi ci sono le ricche infrastrutture, che l’Italia s’era impegnata a finanziare con 250 milioni per vent’anni. Un consorzio guidato da Saipem, a fine 2010, s’era aggiudicata la costruzione di una maxi autostrada da 1700 chilometri: ora forse le priorità saranno altre. A Impregilo sperano che anche il nuovo governo consideri strategiche le tre università commissionate dal dittatore, la sala congressi a lui cara e altri lavori di urbanizzazione a Tripoli: se non altro perché il tutto vale un miliardo di euro. Ma se del caso, se tutto sarà confermato, prima di riprendere i lavori passerà almeno un anno, è la stima del gruppo. Nel frattempo ai ribelli toccherà mettere il naso anche negli affari di casa nostra. Che fine faranno le quote libiche congelate, ad esempio, in UniCredit (dove Tripoli è primo azionista col 7,5%), in Finmeccanica (2%) o Juventus (7,5%)? Fin qui i libici sono stati azionisti silenti, ora potrebbero dare più di una scossa alla nostra finanza. In attesa di far partire la grande ricostruzione.