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 2011  agosto 23 Martedì calendario

Bab al Aziziya, il bunker del culto della personalità - Quando eri ammesso a Bab al Aziziya, al compound, perché al seguito di una delegazione ufficiale o invitato a un evento in presenza del Leader Gheddafi, dovevi subire un controllo molto invasivo

Bab al Aziziya, il bunker del culto della personalità - Quando eri ammesso a Bab al Aziziya, al compound, perché al seguito di una delegazione ufficiale o invitato a un evento in presenza del Leader Gheddafi, dovevi subire un controllo molto invasivo. Le garitte. E poi ai primi controlli dovevi abbandonare accendini e lasciare alla vigilanza il cellulare. Poi venivano ispezionate minuziosamente macchine fotografiche e telecamere. Come se non bastasse, controlli corporali e metal detector chiudevano il supplizio. Le mura, spesse lastre di cemento armato, si riproponevano a strati come se fosse un labirinto. Tre, quattro corridoi a zig zag per passare da un livello all’altro che disegnavano tre cerchi concentrici di mura. Un senso di claustrofobia. Il prato, le costruzioni, il grande tendone bianco. Certe volte pascolavano non distanti cammelli. Era il mondo di Gheddafi, Bab el Aziziya. La tenda beduina e la sua proiezione metropolitana. Ed ecco la palazzina-museo. Lui, il despota, il tiranno, il Colonnello si divertiva a umiliare le delegazioni «occidentali». Schiere di ambasciatori o personalità che prima di incontrarlo erano costrette a entrare nella palazzina bombardata nel lontano aprile del 1986 dall’allora presidente americano Reagan. Una via Crucis di espiazione. Tutto intatto come allora, come nella primavera dell’86. Calcinacci, polvere, resti di bombe. E fuori, la storia di quegli eventi, con le foto, e la lunga storia trascritta su cartelloni. Si racconta che quella notte d’aprile Gheddafi si salvò grazie a una soffiata italiana dell’allora presidente Bettino Craxi, ma che morì, sotto i bombardamenti americani, Hana, la figlia adottiva del Colonnello. Secondo fonti dell’opposizione che sta per diventare nuovo governo del Paese, Hana non è mai morta. È una dottoressa viva e vegeta. Bab al Aziziya, il bunker di Gheddafi, fino alla fine, c’è da giurarci, non tradirà il suo essere avvolto in un alone di misteri. Come di misteri si è nutrita l’epopea sanguinaria del Colonnello. Le bombe dell’alleanza, a partire dal via libera della risoluzione 1973 delle Nazioni Unite, hanno colpito senza sosta il compound per sbriciolare postazioni militari o cabine di regia del regime. Ma è innegabile che si volesse colpire lo stesso Gheddafi, la sua famiglia. E lui ha in qualche modo accettato la sfida, facendo popolare di giovani e civili il bunker, trasformando quel popolo in tanti scudi umani, promuovendo comizi e manifestazioni per impedire così che venissero sganciate le bombe Nato. Ma sotto, sotto quei prati e quegli edifici cosa c’è? È il giallo che ben presto potrebbe trovare una risposta. Va subito detto che, negli anni, e a maggior ragione nelle ultime settimane, si è favoleggiato di tunnel sotterranei lunghi anche tre, quattro chilometri. Vie di fuga verso il mare e nel labirinto della città. Si racconta che quel reticolo di tunnel, di stanze, di comunicazioni sotterranee fu costruito dai russi e che una struttura simile, anche se a scala ridotta, è il compound che il Colonnello si fece costruire a Bengasi e che sarebbe servito al comando Nato per pianificare il lancio dei missili. E in queste settimane sarebbero state lanciate le bombe di profondità, quelle che perforano il cemento ed esplodono una volta raggiunta la profondità. Bab al Aziziya, letteralmente stava a significare la Porta che conduce al villaggio di Aziziya, fondato dal pascià turco Aziz. Storia antica, che oggi rischia di finire nel dimenticatoio. Bab al Aziziya come il carcere di Abu Salim sono i simboli (negativi) delle nefandezze del regime quarantennale di Muammar Gheddafi. Fino alla fine il Raiss ha utilizzato il suo bunker come palcoscenico internazionale. L’ha proposto come simbolo dell’aggressione dell’occidente, facendo arrivare i giornalisti stranieri a documentare le conseguenze dei bombardamenti (senza che mai si sia potuta documentare l’esistenza di vittime). Così facendo, Gheddafi non si è reso conto che il bunker si è trasformato in un’arma che alla fine si è rivolta contro se stesso. Quelle immagini proposte in questi lunghi sei mesi ci hanno raccontato la lenta e inesorabile agonia di un regime.