Cesare Maffi, ItaliaOggi 23/8/2011, 23 agosto 2011
NEL ’77 VIA D’UN COLPO SETTE FESTE
Nel 1977, in un colpo solo, furono cancellati sette giorni festivi. Di questi, cinque erano feste religiose, previste dal concordato del 1929 con la Santa Sede: Epifania, San Giuseppe, Ascensione, Corpus Domini e Santi Apostoli Pietro e Paolo. Due, invece, erano le feste civili: la festa nazionale della Repubblica e la festa dell’Unità nazionale, spostate rispettivamente alla prima domenica di giugno e alla prima domenica di novembre; cessavano di essere considerati festivi i giorni 2 giugno e 4 novembre. Tali le previsioni della legge n. 54 del 1977.
Siccome eravamo in pieno compromesso storico, c’era una generale intesa, che andava dal governo monocolore di Giulio Andreotti ai partiti della «non sfiducia« (il 90% dei parlamentari), passando per i sindacati e gli enti locali (retti sovente da maggioranze vastissime).
Poche le proteste, subito zittite. Eppure se ne andavano feste religiose popolari, come l’Epifania e S. Giuseppe. Se ne andava altresì quella che era la più antica delle feste civili, il Quattro Novembre, popolarmente definita «festa della Vittoria», celebrazione della raggiunta Unità nazionale e del completamento del Risorgimento.
Solo il passare degli anni riportò in vita alcune feste: prima, l’Epifania, in conseguenza del cosiddetto nuovo concordato (la Befana è molto sentita nella capitale e in genere nel centro sud, meno al nord); insieme, il giorno dei santi Pietro e Paolo, ma soltanto per il comune di Roma (è noto che i giorni patronali trovano disposizioni specifiche nei contratti di lavoro, ma non hanno riconoscimento legislativo); poi, la festa della Repubblica, occasionalmente prima, definitivamente qualche anno dopo. Oggi, invece, è un susseguirsi di minacce: giù le mani dal 2 giugno, non toccate il 25 aprile, non spostate il 1° maggio. Perfino si asserisce che il 25 aprile, giorno della Liberazione, sarebbe più importante della festa della Repubblica, perché da quella data deriverebbe Costituzione e Repubblica.
Spiegare che non si tratta di azzerare le feste, bensì di spostarle in un giorno diverso (venerdì o lunedì), e solo in caso estremo spostarle alla domenica, è vano.
La faziosità non tollera richiami alla ragione. Basterebbe pensare che il Regno d’Italia festeggiava la propria giornata istituzionale (il giorno dello Statuto) la prima domenica di giugno. Dunque, era una festività, la più importante, che si appoggiava sempre su una domenica, sia pure mobile. Oggi, invece, agli occhi di molti sinistrorsi (ma anche nel centro-destra si avvertono segnali in tal senso) pare indegno che un evento simile possa toccare il 25 aprile o il 1° maggio. Quanto al 2 giugno, oggi si prospettano proteste che non si udirono dopo la prima soppressione, che pure spostava alla domenica la giornata rievocativa, mentre oggi potrebbe, invece, essere trasferita a un giorno lavorativo (venerdì o lunedì).