Armando Massarenti, Domenica-Il Sole 24 Ore 21/8/2011, 21 agosto 2011
L’HOBBY DEL BANCHIERE
Ozio o lavoro? Una falsa dicotomia, almeno per quelle persone che hanno la fortuna di amare il proprio lavoro, come succedeva al grande banchiere Raffaele Mattioli, oltre che a Primo Levi che considerava questa eventualità «la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra», salvo aggiungere che «questa è una verità che non molti conoscono». Per imparare a conoscerla è assai utile vederla scritta nero su bianco. L’opportunità ci viene appunto da Mattioli, e da una pagina riportata nel bel libro di Sandro Gerbi, Mattioli e Cuccia. Due banchieri del Novecento (Einaudi). «Solo la gente che non sa vivere discrimina fra lavoro e "hobby". Nessuna ora e tutte le ore sono subsecivae: l’ozio e il lavoro, a un certo livello, sono la stessa cosa. La torta è la torta, e l’uomo è l’uomo, non si può dividere: questo, in parole povere, è il succo e l’essenza del mio ormai quasi proverbiale "umanesimo". Là, su quel tavolo carico di libri, c’è anche una vecchia radio. Quando le vacche devono essere munte, rendono molto più latte se in quel momento si suona loro della musica. La stessa cosa vale per noi bipedi. La musica ci può aiutare molto. E altrettanto l’arte. C’è a Roma una chiesa, dietro piazza Navona, che si chiama Santa Maria della Pace. Raffaello vi ha affrescato le Sibille e un angioletto, o il Bambin Gesù, non ricordo bene, che ti guarda con l’aria di chi ha capito tutto. Quando i pensieri mi si imbrogliano faccio una capatina in questa chiesa (nonostante io sia miscredente), e per uno stranissimo miracolo, forse perché sono uno stregone, la mente mi si illumina e riesco a vederci chiaro». È la stessa chiarezza con cui scriveva della crisi italiana di quel momento (1969-71): «Non possiamo "rassegnarci" agli eventi, per avversi che sembrino, né lasciarci da essi passivamente "condizionare", ma dobbiamo capire e agire, o reagire,
senza i pavidi tremori delle teste deboli e dei nervi fragili».