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 2011  agosto 21 Domenica calendario

IL MONDO ORA TEME LA SINDROME GIAPPONESE - C’è

poco da scherzare su Obama che indossa il kimono e la Merkel in versione gheisha con parrucca e spilloni: la recente copertina dell’Economist ha evidenziato come - economicamente parlando - stiamo diventando tutti giapponesi, ossia rischiamo la condanna a un lunghissimo periodo di crescita anemica anche in un contesto di tassi zero o quasi, ma c’e chi dice che il pericolo è ancora più serio. La diagnosi di Richard Koo, capo economista del Nomura Research Institute, è spietata quanto può esserla quella di chi è considerato il maggior esperto del cosiddetto decennio o ventennio "perduto" del Sol levante.

L’Economist finisce per prendersela soprattutto con l’insufficienza dei politici nell’affrontare i problemi del debito e delle riforme strutturali, fin quasi a trovare curiose assonanze con le recenti accuse della stampa cinese al sistema politico occidentale. Koo avverte che il vero problema è che Obama, Merkel e altri leader stanno diventando più o meno controvoglia tutti degli Hashimoto. Hashimoto chi? Più che con il kimono da passeggio, Obama sarebbe da raffigurare ingabbiato nella divisa dei fanatici del kendo come l’ex premier Ryutaro Hashimoto, che nel 1997 acconsentì alle richieste del Fondo monetario e dell’Ocse per dare priorità alla riduzione dei disavanzi fiscali.

Risultato: cinque trimestri consecutivi di contrazione del Pil giapponese e un incremento del 68% del deficit in soli due anni. «Trovo ancora più interessante - afferma Koo - che il deficit fiscale giapponese aumentò sotto l’amministrazione Hashimoto, votata al consolidamento fiscale, e diminuì sotto gli esecutivi di Obuchi e Mori, che rinunciarono agli sforzi di contenimento e cominciarono ad applicare stimoli fiscali. Anche Koizumi assunse l’incarico con la promessa di ridurre il deficit mettendo un tetto alle emissioni di bond, ma l’economia si indebolì e il deficit aumentò: solo quando, nel 2003, il premier abbandonò il suo impegno l’economia si risollevò e il deficit cominciò a ridursi». Appare significativo anche che la svolta di Koizumi avvenne a dispetto delle pressioni di Moody’s, che aveva abbassato in rapida successione il rating sul debito sovrano giapponese portandolo al livello del Botswana: «Il Governo fece bene a considerare l’atteggiamento degli investitori istituzionali, che ignorarono completamente i downgrade, tanto che i tassi sui Jgb non salirono e anzi continuarono a scendere». Una dinamica che in fondo si evidenzia anche oggi, con i tassi sui Treasuries vicini ai minimi storici proprio dopo che Standard and Poor’s ha tolto agli States la tripla A.

Koo sostiene che gli economisti ortodossi e le agenzie di rating non capiscono il concetto di "recessione da balance-sheet", diversa da quelle ordinarie in quanto innescata dal deleveraging del settore privato, impegnato a ridurre il suo indebitamento e quindi riluttante a prendere a prestito per investire, anche a costo zero. Una situazione - ora comune a vari paesi dell’Eurozona - in cui gli stimoli fiscali diventano indispensabili per evitare un prolungamento e un aggravamento del ristagno economico che a sua volta peggiorerebbe il deficit statale.

«Il Giappone l’ha sperimentata a lungo. Questa è la prima recessione da balance-sheet dell’America dai tempi della Grande Depressione di 80 anni fa. E non si cura con gli strumenti di politica monetaria, come dimostrato dal sostanziale fallimento della Q2 della Fed». Se il movimento del Tea Party complica le cose con un’insistenza sullo small government che è dannosa, osserva Koo, il problema diventa non tanto quello di una carenza di leadership, ma l’assenza di consenso sulle corrette politiche economiche. Questo mentre le agenzie di rating rischiano di distruggere una seconda volta l’economia globale, dopo averlo già fatto promuovendo un’enorme bolla con l’allegra assegnazione di triple A a molti titoli subprime. Se le loro minacce dissuaderanno i Governi dall’applicare i necessari stimoli, le recessioni si intensificheranno, portando a ulteriori downgrade» conclude Koo.

L’analista, in definitiva, teme non tanto le reazioni dei mercati, ma quelle dei politici sensibili alle pressioni delle agenzie e del conseguente «scandalo e imbarazzo» esacerbato dai mass media. «È già accaduto in Giappone: politici e media hanno fatto un gran baccano intorno ai downgrade, impedendo ai Governi di applicare la giusta dose di stimoli e prolungando senza necessità la recessione». Si vedrà cosa accadrà a breve: è possibile infatti che presto Moody’s abbassi il rating giapponese attuale di AA2 (un gradino superiore a quello assegnato da S&P’s) e che in seguito persino una delle due agenzie nipponiche, la Rating and Investments Information, tolga a Tokyo la tripla A.