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 2011  agosto 21 Domenica calendario

SE UN TRENTENNALE RENDE SOLO IL 3,4%

Si dice che la paura fa novanta ma sui mercati finanziari il detto si declina forse meglio sulla lunghezza dei 30 anni. È questo l’arco temporale a cui stanno guardando in questo momento le infinite schiere di investitori che stanno comprando titoli di Stato americani e tedeschi accettando rendimenti che in tempi normali potrebbero soddisfare sui sei mesi, non su lunghezze tanto impegnative. Lo yield sui Treasury a 30 anni è sceso questa settimana a toccare il 3,38% con una flessione rispetto a sette giorni prima che riporta indietro di quasi tre anni, ai giorni frenetici del dicembre 2008. Ancora più basso il rendimento offerto dai Bund tedeschi: a chi investe il proprio capitale, il governo di Berlino riconosce un ritorno annuo attorno al 3%, cioè di poco superiore al target di inflazione.

Si tratta chiaramente di una situazione paradossale che vede dall’altro capo degli estremi la corsa all’acquisto di un metallo prezioso, l’oro, che è ormai da tempo a rischio bolla. Eppure la corsa ai record sembra non avere termine e allo stesso vale per i rendimenti dei Treasury che, come nel caso di quello a 10 anni, sono scesi questa settimana per la prima volta nella storia sotto la soglia del 2%. «La velocità a cui continua ad arrivare denaro da investire in Treasury è allarmante - ha detto Sean Murphy, trader di Société Générale che è una delle 20 primary dealer che conduce operazioni direttamente con la Fed - è questo a causa della volatilità, dell’incertezza e dell’impegno preso dalla Fed a tenere i tassi bassi fino alla metà del 2013». Nell’incertezza la tendenza psicologica è a proiettare sul futuro i timori del presente e a considerarli permanenti ed è esattamente quanto sta avvenendo sui mercati causa anche la sempre maggiore paura che si possa verificare una ricaduta in recessione come avvenuto negli anni Trenta. E come allora, un «double dip» potrebbe paralizzare l’economia a lungo termine visto che i governi non dispongono più, a causa dell’alto indebitamento, degli strumenti necessari per varare politiche di stimolo e le banche centrali sono già pienamente impegnate a sostegno della crescita.

I timori dei mercati sono stati del resto avvalorati nel corso delle ultime ore dalla decisione di ben tre banche americane, Jp Morgan, Goldman Sachs e Morgan Stanley, di ridurre sensibilmente le stime di crescita per gli Usa per il 2011 e 2012. E nelle stesse ore si sono ulteriormente accentuati i timori di un contagio della crisi del debito europeo agli Stati Uniti quando si è saputo, da indiscrezioni riportate dal Wall Street Journal, che la Fed sta conducendo stress test volanti sulla solidità delle filiali americane di banche europee. Una notizia che ha fatto da catalizzatore a tutti i motivi di preoccupazione che ancora aleggiano attorno al comparto finanziario europeo (causa anche la sua esposizione ai titoli di stato periferici) e che ha prodotto un balzo a livello record dei cds. L’indice iTraxx Europe Senior Financials, che viene utilizzato dagli investitori per comprare o vendere protezione contro il fallimento di 25 banche e assicurazioni, è arrivato a toccare nuovi massimi superando quota 240 punti. E ormai è divenuto quasi prassi quotidiana per una banca europea dover smentire voci sulla propria solidità: Ubs e Credit Suisse hanno pubblicamente dichiarato di non aver chiesto un prestito di 200 milioni di dollari alla Banca Nazionale Svizzera che dal 2007 ha un accordo di swap con la Federal Reserve e solo una settimana fa era stato il turno di Société Générale a ritrovarsi nell’occhio del ciclone per voci, ripetutamente smentite, sulla sua solidità.

Chi sta beneficiando di questa clima da trincea sono al momento le aziende americane attive sul mercato del debito che, da quando S&P ha tagliato il rating degli Stati Uniti ad AAA ad AA+ provocando contro ogni sua attesa una corsa proprio a investire nei Treasury, possono contare su un costo del denaro vicino allo zero. E stanno traendo il massimo da questo vantaggio competitivo. Secondo dati aggregati da ThomsonReuters, le imprese americane hanno portato a termine dall’inizio dell’anno ad oggi acquisizioni di aziende straniere per 153,5 miliardi di dollari, in rialzo di un incredibile 123% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Per trovare una performance superiore bisogna risalire a prima della crisi, nel 2007, quando le acquisizioni erano state pari 228,8 miliardi. Nel target della corporate America vi sono soprattutto le aziende europee che rappresentano il 70% degli obiettivi di accorpamento contro il 54% di un anno fa, con un posto di particolare rilievo per le imprese inglesi (25%) seguite a distanza da quelle tedesche e svedesi, entrambe al 7%. E a livello di settore si punta soprattutto sull’alta tecnologia (19%) seguita dal comparto dell’energia al 16% e da quello dei materiali al 10%. Insomma non tutti sembrano vedere nero all’orizzonte, soprattutto quello più lontano. Chi sta investendo ora, prendendo magari il coraggio a piene mani, sta solo facendo ricorso al vecchio adagio, che ogni ostacolo è anche un’occasione, magari da non perdere.