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 2011  agosto 21 Domenica calendario

BERTOLUCCI STORY, QUANDO ZAVATTINI ERA SOLTANTO «ZA»

Come il teatro, anche la vita ha il suo backstage. Un dietro le quinte inaccessibile al pubblico, riservato agli addetti ai lavori, dove la finzione lascia il posto alla realtà. Confidando in questo luogo di verità e sulla verità della parola, Giuseppe Bertolucci prova a mettere insieme un suo backstage di affetti, incontri, tracce di soggettività. Una sorta di zibaldone di ricordi privati, ma anche di riflessioni pubbliche, da uomo di cultura, regista e sceneggiatore qual è, su temi e problemi del nostro oggi.
Cosedadire insomma, come riassume in un mono-termine il titolo del libro che Bompiani manda mercoledì in libreria (pp. 194, 16). Vagabondando tra tempo e memoria, evocando dal gran teatro dell’inconscio i fantasmi del cuore, l’autore lascia affiorare bagliori di un interno di famiglia affascinante e impegnativo, dominato dalla figura carismatica di Attilio, il padre-poeta con cui lui e Bernardo, il fratello maggiore, non hanno mai smesso di confrontarsi, di fare i conti.
«Una relazione intensa, piena di complicità e conflitti — ricorda Giuseppe — durata fino alla sua morte, il 14 giugno del 2000». E naturalmente anche oltre. «Assenza più acuta presenza», come dice un verso bellissimo di Attilio. Uno dei tanti sparsi per la casa dell’infanzia. Quando Giuseppe e Bernardo si ritrovano, come in una fiaba, «dentro» le poesie del padre. I primi passi incerti, il primo taglio dei riccioli scuri, le gambette che si allungano, diventano occasioni liriche. «Ritrovarsi trasformato in oggetto, in materia di canto, da un lato è gratificante dall’altro inquietante. Una "dolce condanna", forse la ragione per cui sia io che mio fratello ci siamo messi prima a scrivere versi e poi a fare cinema e teatro. Per ritrovare una soggettività, una prima persona. Da personaggi ad autori».
In ogni caso, quegli anni restano per Giuseppe una magnifica età dell’oro, piena di stimoli di creatività, foriera di incontri straordinari: Zavattini, Soldati, Pasolini... «Zavattini che mio padre chiamava Za. Un suono per me bambino evocatore di oscure immagini, forse un dio cinese... E invece era uno dei tanti Pietro Nenni che trovavi all’osteria, col basco, gli occhiali, il toscano tra le labbra». Za, che per i figli dell’amico Attilio compone una filastrocca: «Bambini pregate il Signore/ che il babbo finisca il romanzo/ non sgriderà più la mamma/ non mangeremo più il manzo». «Mio padre me la recitava in ogni occasione: per farmi ridere, per farmi smettere di piangere, per farmi star zitto, per redarguire la mia ingordigia di bambino mangione...» Altra presenza familiare, Pasolini. «Attilio aveva portato a Garzanti il suo Ragazzi di vita e con Pier Paolo aveva stabilito un rapporto intenso. Me lo ricordo malinconico, lo sguardo triste. In seguito, vedendo i suoi film, fui colpito dalla disperata vitalità che vi trapelava. Che una figura per me tanto sommessa fosse così carica di vita».
Pasolini che tornerà nella sua vita a più riprese, con il film Pasolini prossimo nostro, nel monologo di Fabrizio Gifuni ’Na specie de cadavere lunghissimo, regia di Bertolucci, nei tanti omaggi organizzati dalla Cineteca di Bologna, di cui Giuseppe è l’appassionato presidente.
Divertente e sorprendente infine il capitolo dedicato all’amico Benigni. «Lo incontrai giovanissimo in uno dei teatrini-cantine romani anni 70. Mi colpì quel suo corpo magro, un omino che, come Chaplin, Totò, Eduardo, navigava in panni troppo larghi. Mi colpì la sua vis comica, la geniale genitalità, la risata clandestina». I due s’intendono di colpo. Insieme, divertendosi come pazzi, scrivono un monologo, Cioni Mario, che quando va in scena suscita il fou rire e quando va in tv, a Televacca, le ire della censura. Insieme realizzeranno Berlinguer ti voglio bene e Tuttobenigni. «La raccolta dei suoi show nelle piazze, dove Roberto dà il suo meglio, raggiunge il sabba, la dimensione orgiastica». La fa ancora ridere Benigni? «Mi fa ridere anche di più. Che reciti Dante o che faccia le sue incursioni a Sanremo, mi fa sempre venire le lacrime agli occhi. Per il troppo ridere o per la troppa commozione».