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 2011  agosto 21 Domenica calendario

ORISSA, I TRE ANNI D’INFERNO DEI CRISTIANI

A tre anni dalle peggiori violenze anticristiane della storia dell’In­dia, la situazione del distretto del Kandhamal, nello Stato indiano o­rientale di Orissa, a prima vista, sembra tranquilla. Non si registrano aperte ag­gressioni di battezzati da parte degli e­stremisti indù e questo va a sostegno del governo locale che vuole far passare la te­si di una «completa pacificazione».
Dietro l’apparenza, però, cova ancora la violenza, come testimoniano la recente uccisione di un pastore protestante, la seconda dall’inizio dell’anno. O i tanti atti di aggressione e di intimidazione per­petrati o ancora le morti rimaste senza un responsabile. Inoltre, l’impossibilità del rientro a casa per migliaia di profu­ghi da un lato, la lentezza e la difficoltà nel perseguire i colpevoli da parte del Tribunale speciale per il Kandhamal dal­l’altro disegnano un quadro dalle tinte quantomeno fosche.
L’ondata di violenza – che dal 23 agosto colpì il Kandhamal e marginalmente di­stretti limitrofi per poi estendersi con u­na rapidità e con logiche forse preordi­nate ad altre regioni dell’India – ha can­cellato l’immagine di un Orissa “labora­torio di convivenza”. Ora che gli scontri aperti sono finiti, nelle foreste e nei vil­laggi della regione si vive un clima di pau­ra e sospetto. Novanta morti, 6.500 case distrutte, decine di chiese devastate o bruciate, molte di migliaia di profughi sono il bilancio dei fatti dell’agosto 2008. Un’eredità destinata a pesare a lungo.
In piccoli centri che tre anni fa videro le uccisioni, i roghi e le sofferenze, la po­polazione cristiana permane nell’ansia e nell’insicurezza. Villaggi e cittadine co­me Bodimunda, Shankharakhole e Be­ticale, sono anche quelli dove più è sen­tito il boicottaggio economico, parte del­la nuova strategia dell’induismo mili­tante per “ripulire” la regione dai battez­zati, in maggioranza tribali e fuoricasta. Una situazione che non ha solo ragioni religiose. I ricchi commercianti e im­prenditori, insieme ad alcuni gruppi po­­litici, cercano di strumentalizzare la si­tuazione per impadronirsi di terre, di ri­sorse e di voti. Indubbiamente, poi, in una condizione spesso di povertà condivisa, sospetti e gelosia contribuiscono ad allungare i tempi del ritorno alla normalità. Al di là della propaganda, molti indù vorrebbe­ro che i cristiani vivessero in povertà, senza libertà d’espressione o di pratica religiosa. In diverse località rifiutano o­gni tentativo di riconciliazione e anche di ammettere che qualcosa di dramma­tico sia accaduto in Kandhamal.
Una situazione che permane per l’ina­zione de governo. Come sostiene un at­tivista cristiano della regione: «Nessuno si interessa del benessere del Kandha­mal, eccetto la Chiesa e gli stessi cristia­ni ». C’è da chiedersi se ci sarà mai una “vera normalità” in Orissa, se si rag­giungerà di nuovo quella pace sociale che tanti sembrano non volere e a cui sempre me­no sembrano credere. Ci si domanda anche se vi sarà mai giustizia per le vittime. Le indagini su­perficiali della polizia e processi che si conclu­dono troppo spesso con sentenze blande oppure con assoluzioni piene la­sciano al momento po­che speranze e molta rabbia. «I veri col­pevoli della violenza restano in libertà e di conseguenza, chi può sapere se le vio­lenze del Natale 2007 e quelle del 2008 sa­ranno le ultime? In ogni caso ci vorran­no altri anni per ricostruire il Kandha­mal », dice con amarezza padre Ajaya Ku­mar Singh, direttore dei servizi sociali dell’arcidiocesi di Cuttack-Bhubane­swar.
Che avverte: «Le forze dell’hinduttva (“induità”, ovvero dei fautori di un’India esclusivamente indù) potrebbero fare cose ancora peggiori in futuro. Il gover­no sarà in grado di prendere efficaci mi­sure preventive? Potrà applicare la legge in modo concreto e evitare sul territorio violenza e persecuzione? Sarà in grado il governo di rendere disponibili fondi per il benessere dei cristiani, come dei poveri e degli emarginati in termini si istruzio­ne, sicurezza sociale, assistenza sanita­ria e pari opportunità?». «Se c’è una cosa che abbiamo imparato da quanto accaduto – dice ancora padre Singh – è che non possiamo aspettarci protezione. Occorre invece che leader cristiani riescano ad accedere a posti di responsabilità nell’amministrazione lo­cale e centrale, come nella politica». So­no in molti ad avvertire che se la perse­cuzione ha colpito i cristiani dell’Orissa tre anni fa, potrebbe avvenire lo stesso al­trove in un prossimo futuro, per un’altra minoranza. Anche perché la carta reli­giosa non è la sola giocata dagli estremi­sti. L’Orissa è uno Stato ricco di risorse naturali, ma la sua popolazione è tra le più arretrate del­l’India. Qui la collusione politica e uno sviluppo che interessa le sole aree costiere rendono i di­stretti più isolati regioni sottosviluppate, riserve di voti da comprare, blandire, minacciare.
L’Orissa è insieme un laboratorio socia­le e un esempio per il Paese e i suoi re­sponsabili. Certamente la persecuzione religiosa è in qualche modo endemica nel grande Paese asiatico e l’Orissa non è eccezione. Tuttavia qui i gruppi radicali indù hanno deciso di giocare la carta del­la “pulizia religiosa”, una strategia piani­ficata meticolosamente e non un feno­meno improvvisato. Da qui, proprio per questo può però par­tire la riscossa delle forze sane del Pae­se, qui si può aprire un laboratorio per una nuova coscienza. Davanti al tenta­tivo dell’induismo militante e del siste­ma di egemonia castale, si può avviare un processo verso una società più uguale, dove ciascuno possa godere di dignità, diritti, avere la giusta parte e risorse e op­portunità. Una forte volontà politica è quello che serve per avviare questo pro­cesso. La Chiesa dell’Orissa, dal canto suo,w sta facendo la sua parte.