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 2011  agosto 22 Lunedì calendario

Giorgio Conte “La mia vita da mediano” - Un’amicizia lunga sessanta anni giustifica il privilegio di ascoltare in anteprima il nuovo disco di Giorgio Conte; è il nono, a partire da Zona Cesarini del 1983

Giorgio Conte “La mia vita da mediano” - Un’amicizia lunga sessanta anni giustifica il privilegio di ascoltare in anteprima il nuovo disco di Giorgio Conte; è il nono, a partire da Zona Cesarini del 1983. Si intitola C.Q.F.P. Come quando fuori piove ; una frase promemoria per ricordare l’ordine d’importanza dei semi sulle carte da gioco: cuori, quadri, fiori, picche. Anche nell’universo poetico di Giorgio i cuori vengono per primi e le picche per ultime. Siamo a casa sua, con Emiliano Ardini, il suo manager, sulla collina di Viatosto, alle porte di Asti. Il disco è nato qui, con le chitarre e il pianoforte di Giorgio e il contributo di Walter Porro, fisarmonicista di chiara fama. Si riconoscono il richiamo della quaglia, il canto del gallo, i carillon, il verso della tortora e della civetta e tanti altri effetti. Sono 12 canzoni di Giorgio e una di Paolo, Monticone , stupenda. In queste canzoni ritroviamo la leggerezza, la sorridente accettazione dei casi della vita, in personaggi e in storie dove non c’è tragedia, finitudine, dove la sconfitta è temporanea e riscattata da un sorriso. Dove la morte, nella canzone intitolata Sorpresa , è la fine di una crociera senza ritorno, con il protagonista che prima di scendere “va a restituire la chiave e a pagare il mini bar”. Eccoli ancora una volta qui, i due vecchi amici, a coltivare l’arte sublime di non prendersi troppo sul serio, un’arte nella quale Giorgio eccelle. Se gli dico che ascoltando le sue canzoni mi sono commosso, lui penserà che lo sto prendendo in giro. Rimedio regalandogli una foto in bianco e nero saltata fuori da una scatola dimenticata sopra un armadio. Era il 1952, avevamo tutti quindici anni, meno Giorgio, che ne aveva undici: è quel bambino seduto dietro la batteria. In piedi, di fianco a lui, suo fratello Paolo. Cosa c’è scritto sul tamburo? «New Orleans Jazz Band. In realtà quella è una batteria di fortuna. Formata da una grancassa da banda itinerante. Trafugata nottetempo dall’oratorio don Bosco, per la fotografia. Il rullante è un tamburello, attaccato con del fildiferro. Qui Paolo suona il trombone a coulisse. Ogni tanto ne trovavamo solo un pezzo, nostra nonna non voleva che perdessimo tempo con la musica. Il trombone si divide in due pezzi; la campana non si poteva mimetizzare ma la coulisse, nascosta nell’armadio, tra un pantalone e l’altro, era difficilissima da trovare. Completano questa prima band, Perrone alla chitarra, Gian Bravo al pianoforte, Beppe Scialuga, detto liquirizia, al clarinetto, Grassini alla cornetta e Occhiena al sax. Quasi nessuno di noi sapeva suonare; siamo solo in posa per il manifesto di lancio. Eravamo sicuri che prima o poi qualcosa sarebbe successo». Com’è nata l’idea di mettere insieme una band? «Era sempre Paolo quello che prendeva le iniziative. In quegli anni in tutte le città c’erano delle band dixieland, per esempio a Bologna la “Rheno Jazz Band” di Pupi Avati. Avevano tutte il nome del fiume della loro città. La nostra finì per diventare la “Lazy River”, in omaggio al nostro Tanaro, “fiume pigro” e con questo nome partecipò alla Coppa del Jazz. Il leader è sempre stato Paolo. Come per la squadra di football. Aveva curato ogni dettaglio. La maglia doveva essere bianca, di filo, con le maniche lunghe. Sul petto la scritta “Junior Football Club”, ricamata da nostra madre. I calzoni rigorosamente neri e le calze come quelle della Pro Patria, bianche e blu. Io giocavo da mediano ma ero già miope, faticavo a riconoscere la palla. Insomma, una vita da mediano. Anche per la band Paolo aveva stabilito la divisa: pantaloni neri, camicia bianca, papillon a pois bianchi e blu e paglietta in testa». Hai continuato a far parte della band? «No. Mi sono poi defilato. Mi ero comprato finalmente una batteria, una Olimpic bianca stupenda, sottomarca della Premier. L’avevo sistemata nella camera da letto di Paolo e quando tornavo a casa da scuola mettevo su un disco e accompagnavo i grandi. La mia camera da letto era più piccola, la batteria non ci stava. È stata poi permutata con un organo a pedali di seconda mano. Non ho rimpianti perché su quell’organo Paolo ha composto Azzurro . Se è nato Azzurro è merito anche del sacrificio della mia batteria». «Come ha vissuto la famiglia la vostra inclinazione per la musica? «Con apprensione. Un monito ci perseguitava: e se la vena si secca? I nostri genitori suonavano il pianoforte. Il papà ha smesso quando ha capito che noi stavamo facendo sul serio, ma era troppo tardi. Le prime canzoni le ho composte io, Paolo mi ha seguito. Al clan Celentano hanno ascoltato le nostre cose e hanno preparato un bel contratto. Nostro padre, notaio, gli ha dato un’occhiata e ha sentenziato: “Solo due deficienti possono sottoscrivere un contratto capestro di questo genere”. Tornati nelle nostre stanze, l’abbiamo firmato. Era la nostra grande occasione, non potevamo lasciarcela scappare».