Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  agosto 22 Lunedì calendario

I berberi, dalle ultime file alla conquista della capitale - La prima volta che li ho incontrati, nel piccolo ospedale di Tatauine in Tunisia, gli insorti dell’Ovest avevano gli occhi di chi è appena sfuggito alla morte; e alla vittoria proprio non ha tempo e modo di pensare

I berberi, dalle ultime file alla conquista della capitale - La prima volta che li ho incontrati, nel piccolo ospedale di Tatauine in Tunisia, gli insorti dell’Ovest avevano gli occhi di chi è appena sfuggito alla morte; e alla vittoria proprio non ha tempo e modo di pensare. La rivolta contro il Colonnello ristagnava all’Est, sotto gli occhi delle televisioni i ribelli tentavano di sfuggire alle bombe del raiss che annunciava il prossimo arrivo a Bengasi per un definitivo repulisti dei «ratti». All’Ovest, sul djebel Nafusa (la prima volta che ho sentito quel nome), era ancora peggio: «Siamo nascosti nelle grotte di giorno per sfuggire ai razzi, alla sera usciamo per andare a combattere»: uno dei quattro insorti me la raccontava così, la sua guerra oscura, ignorata da tutti, contro il dittatore di Tripoli; con la normalità di un impegno impiegatizio, senza enfasi, una dura necessità della vita. Li avevano portati giù dalla montagna fino al confine di Dhibat, il secondo passaggio tra la Libia e la Tunisia, dove le guardie di confine erano fuggite in elicottero quando era scoppiata la rivolta. Erano scesi giù di notte dalla montagna che, come una grande nave, domina il mare del deserto. Terra loro quella, terra di berberi da sempre, prima ancora che da Est spuntassero, in una nube di polvere, le armate del profeta. Su quella montagna i berberi, che sono il grande popolo senza Stato del Maghreb, tagliati dalle frontiere e dalla Storia tra Algeria, Tunisia e Libia, vivono dai tempi in cui qui correva il limes delle legioni di Roma. Erano feriti, tre in modo leggero, il quarto invece con una gamba squarciata da una raffica di mitra. Sdraiato su un lettino tra un gran daffare di medici, cercava di non gridare. «Questa è gente strana, non sono come i libici, vedrai, il loro dialetto non lo capisco neppure io», mi aveva detto l’amico tunisino che aveva assicurato: loro possono raccontarti storie vere di cosa accade dall’altra parte, nella Tripolitania immersa nell’ordine implacabile di Gheddafi. «Se siamo ancora vivi e resistiamo è grazie alla montagna, è lei che ci ha difeso dagli assalti dei fedeli del raiss». Il djebel tornava in tutti i loro discorsi, ossessivo, con i suoi picchi, le sue falesie vertiginose, il colore bruno della roccia che di colpo si apre come un miracolo divino su boschi verdissimi. E laggiù in fondo, appannato dalla calura il deserto, sempre: il terreno del nemico, il terreno di Gheddafi. Mi hanno descritto allora una guerra che ricordava il Carso, trincee scavate nella roccia, la montagna che si fa arma contro i carri armati e i razzi che i soldati lanciavano senza parsimonia. Le loro città Nalut e Zintan le avevano difese metro su metro, fermando i carri armati come una onda di acciaio a pochi metri dalle case. «Perché mi batto? - mi ha detto uno di loro -. Perché vivo in un Paese pieno di petrolio dove non c’è nemmeno un ospedale che funzioni». Lassù erano rimasti solo loro, i guerrieri, e i vecchi che si erano rifiutati di partire, donne e bambini li avevano messi al riparo in Tunisia. A piccoli gruppi scendevano a vederli, nelle pause della battaglia; singolari pendolari di una guerra civile dove non c’era pietà per lo sconfitto. Di vittoria allora nessuno parlava; sembrava un fronte secondario, appena un fastidio per il Colonnello. Quando a Zintan sono andato, ho scoperto combattenti diversi da quelli di Bengasi: duri, silenziosi, organizzati, disciplinati, professionisti. Nessuna raffica sparata in aria per far chiasso e darsi arie da guerrieri, le reclute in addestramento correvano sotto il sole assassino sulla strada principale della città, tenute in riga da un sergente. Che sembrava appena uscito da una caserma del tempo di Kipling, frustino sotto braccio compreso. Era la disciplina della tribù. Loro erano «zintan» e si battevano non per la democrazia o un nuovo governo a Tripoli, si battevano per rendere la loro tribù più forte ora che il potere di Gheddafi si sgretolava. Sulle case delle cittadine conquistate nella fulminea marcia su Tripoli scrivono i nomi delle loro città: Nalut, Zintan e Yefren. Hanno cacciato i soldati di Gheddafi ma anche la tribù che li appoggiava, i Michachya. Nel deserto e sulle montagne la memoria è tenace, non ha paura dei secoli. I beduini Michachya arrivano qui dal deserto, chiesero ai berberi zintan la carità di un po’ di terra. Il machiavellico Gheddafi, che per 42 anni ha applicato il principio del dividere per meglio regnare, li ha favoriti amministrativamente e finanziariamente. Ora i conti sono stati regolati. Giù, fino a Tripoli e al mare.