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 2011  agosto 22 Lunedì calendario

VITA DI CAVOUR - PUNTATA 163 - FELICE ORSINI IN TRIBUNALE

Come mai non aveva risposto?

Perché la lettera era bellissima e Cavour sentiva - con un istinto che definirei animalesco - che non era il caso di far complimenti a un soggetto simile. Aveva indovinato, non rispondergli s’era rivelato una fortuna, questo tuttavia non bastava a risolvere le enormi complicazioni provocate dall’attentato. L’amicizia con l’Inghilterra - che avversava le provocazioni antiaustriache del conte - era sulla via del tramonto. L’attentato adesso metteva a rischio quella con la Francia.

Perché? Non li aveva mica armati il governo.

Ma erano italiani, e ormai si sapeva che Cavour trescava con i patrioti, aveva lasciato girare Mazzini per Genova senza muovere un dito, la stampa faceva cagnara, a Torino «La Ragione» se ne uscì con un’esaltazione di Orsini e compagni... Cavour la fece sequestrare. Il conte aveva già espresso all’imperatore « la profonde horreur » del re e del Paese, Vittorio Emanuele II aveva mandato Della Rocca a Parigi per significare all’imperatore il suo sgomento... ciononostante bisognò ricevere La Tour d’Auvergne, latore di una lettera di Walewski: «... sarebbe oltre modo esecrabile che gli Stati sardi e in particolare la città di Genova continuassero a ospitare i nemici della società europea e che il capo di questi uomini perversi, Mazzini, potesse venire impunemente in questa città come è accaduto anche recentemente ...». Voleva l’espulsione degli emigrati e dei rivoluzionari, specialmente se di stanza a Genova, e soprattutto misure radicali contro i giornali, soppressione dell’«Italia del popolo», procedimenti giudiziari contro «Il Diritto» e l’« Unione», il cui direttore - Bianchi Giovini - andava espulso, insomma misure radicali contro la stampa che adoperava il suo spazio soprattutto per insultare l’imperatore. Adesso che Rattazzi aveva lasciato, toccava a lui provvedere.

Lei stesso ci ha raccontato di quella bella frase di Cavour...

Sì. « In materia di stampa [...] l’unica legge possibile, secondo noi, e la migliore che possa farsi, si fa in due parole: LA STAMPA È LIBERA ». Sul «Risorgimento», 19 dicembre 1849. Aggiungeva: « Non è possibile godere i vantaggi della stampa senza soffrirne gli inconvenienti ». Già che ci siamo: « La cattiva stampa grida e si affatica; la buona penetra nelle menti e ne’ cuori, e al trar dei conti è quella che vince ». Beh, sì, è così. Ma non facciamoci troppe illusioni. Giornali e giornalisti, di nascosto, chiedevano soldi al governo e Cavour glieli dava. Per esempio: « Non do un soldo se prima la Staffetta non cessa le stupide sue pubblicazioni» , proprio il Bianchi Giovini, di cui adesso i francesi chiedevano l’espulsione, era tra quelli che si facevano dare più soldi. Cavour ricorreva a fondi segreti per tener buoni giornalisti nostrani e giornalisti stranieri, dato che era importantissimo ovviamente che i quotidiani francesi o inglesi parlassero bene del Regno di Sardegna. Nessuna meraviglia, per favore: il governo inglese, quando aveva un certo interesse, persuadeva facilmente il «Times» a far campagne, e quando serviva anche contro Torino.

Capisco.

Tuttavia Cavour cedette su alcuni punti particolari (persecuzione dei periodici «Italia del Popolo» e «Ragione» possibilmente fino a farle chiudere), ma non sul principio generale. Leggi contro la stampa, no. Provvedimenti restrittivi per le critiche ai sovrani stranieri, no. Tra i sovrani stranieri criticabili c’era anche Francesco Giuseppe. Al massimo si poteva ammettere l’apologia dei reati politici.

Come andò il processo a Orsini?

Clamoroso. Orsini, ora che stava alla ribalta, interpretò magnificamente la sua parte. Pallido, con i boccoli neri, lo sguardo infiammato, ammise tutto. Aveva uno straordinario avvocato, Jules Favre. La scena madre fu recitata durante la penultima udienza. L’avvocato chiese il permesso di leggere una lettera dell’imputato a Napoleone III. Gli fu concesso. Allora declamò un terribile atto d’accusa contro l’Austria, accompagnato dall’esortazione all’imperatore di schierarsi dalla parte italiana: « Sta oggi in poter vostro di fare l’Italia indipendente o di tenerla schiava dell’Austria e di ogni specie di stranieri. Intendo io forse con questo che il sangue dei francesi sia sparso per gli italiani? No: eglino non vi domandano ciò; essi chiedono che la Francia non intervenga contro di loro: essi chiedono che la Francia non permetta che alcuna nazione intervenga nelle future e forse imminenti lotte dell’Italia contro l’Austria […] Non disprezzi la M.V.I. le parole di un patriota che sta sul limitare di un patibolo: renda l’indipendenza alla mia patria e le benedizioni di 25 milioni di abitanti la seguiranno dovunque ». Naturalmente era impossibile che una lettera simile fosse stata letta senza il consenso dell’imperatore. Hübner, l’ambasciatore austriaco, se ne accorse subito: «Tutti se la prendono con la stupidità di Delangle, il presidente del tribunale, e di Pietri, che ha fatto arrivare la lettera all’imperatore. Solo che Delangle è uomo di grande intelligenza e Pietri un furbacchione di tre cotte...»