Giorgio Dell’Arti, La Stampa 21/8/2011, 21 agosto 2011
VITA DI CAVOUR - PUNTATA 162 - L’ATTENTATO DI ORSINI
Bisogna raccontare la storia di Felice Orsini.
Gli austriaci erano riusciti a prendere Orsini in Ungheria, alla fine del ’54, poco tempo dopo il secondo moto della Lunigiana e la cospirazione in Valtellina. L’uomo era noto a tutte le polizie. La prima che gli aveva messo le mani addosso era stata quella pontificia nel ’44. Lui stesso, poi, s’era fatto poliziotto all’epoca della Repubblica romana. Arrivati al potere, i patrioti avevano cominciato a vendicarsi con una certa ferocia dei sanfedisti, loro ex torturatori, e la Repubblica aveva avuto il suo daffare per metter fine a eccidi e pestaggi. Orsini era stato mandato ad Ancona come commissario. Quindi aveva partecipato alla difesa di Ascoli, alla ritirata su Spoleto, ai combattimenti in Roma. Era stato anche con Manin nella famosa sortita di Mestre che era costata agli austriaci un centinaio di morti. E dopo questo, da mazziniano, era entrato in mille cospirazioni, quasi tutte andate a vuoto. Sicché, fino alle bombe del 14 gennaio, la sua impresa più memorabile era stata forse la fuga dal castello di Mantova, da cui sembrava impossibile scappare. Era il 1856. Se n’era andato in Inghilterra e c’era rimasto poco più di un anno.
Qui avrà stretto ancora di più i rapporti con Mazzini.
A dire il vero Mazzini se n’era disgustato. Orsini faceva il bel romantico, pubblicava libri di memorie, teneva conferenze... Donne, naturalmente, a bizzeffe... L’Apostolo non ammetteva che si facesse mercato di certe cose. Solo che Orsini non faceva mercato: gli piaceva far colpo e che si parlasse di lui. Nel progetto di uccidere Napoleone, e nel comportamento successivo, c’è molto teatro.
Quindi? Come andò questo attentato?
Gli attentatori materiali furono quattro: Pieri, De Rudio, Gomez, Orsini. C’era poi un quinto, Bernard, e secondo alcuni anche un sesto che non fu mai preso. Cinquant’anni dopo De Rudio scrisse che questo sesto era Francesco Crispi. I quattro o i cinque, o i sei - pensarono in un primo tempo di procurarsi dei biglietti falsi per il ballo delle Tuileries in programma la sera del 13 gennaio. Questo progetto era sicuramente migliore di quello che poi misero in pratica. Avrebbero sorpreso l’imperatore in qualche stanza e lì l’avrebbero strangolato o sgozzato.
Come mai non fecero così?
Non era abbastanza teatrale. Sua Maestà sarebbe stata trovata riversa su un canapé o sul tappeto da un qualunque servo o, magari, da un’amante. Forse non riuscirono a trovare i biglietti per il ballo. Fatto sta che fecero un secondo piano, per ammazzarlo la sera dopo all’Opéra. Questo secondo piano era particolarmente criminale perché gli attentatori sapevano benissimo che una gran folla si sarebbe radunata davanti al teatro per assistere all’arrivo delle loro maestà. Era molto probabile che, oltre a Napoleone, ci sarebbero stati altri morti, e non solo tra gli uomini della scorta. Pure non ci pensarono. Orsini si rese conto d’aver fatto vittime innocenti solo molti giorni dopo.
È la logica dei terroristi. Le vite umane non contano quando l’atto di uccidere è guidato da una ragione superiore.
Erano le otto e mezza di sera del 14 gennaio 1858. Le vetture di corte, protette dai lancieri, svoltarono dal boulevard per risalire la rue Le Peletier. Quando si fermarono davanti al peristilio, si sentirono tre scoppi e tutte le luci si spensero di colpo. Seguirono le scene che tanti anni dopo sarebbero diventate familiari a cronisti e poliziotti. Pianti, grida, accorrere, impossibilità di capire, la folla che si sbanda in un certo modo compatto, quasi un unico corpo. E da questo corpo qualcuno che inorridisce prima degli altri e fugge con le mani levate. La polizia, poco prima, aveva fermato Pieri e gli aveva trovato addosso una bomba. Non so se le ho detto che praticamente tutti i patrioti, a partire dagli anni Venti, quando venivano presi non resistevano e si trasformavano in delatori. Pieri... parlò anche lui e fece arrestare Orsini, De Gaudio e Gomez. Bernard fu preso tre mesi dopo a Londra.
Bilancio?
L’attentato aveva lasciato sul terreno quattro morti e 104 feriti. Di questi 104, quattro erano gravissimi e morirono poco dopo. Napoleone e l’imperatrice erano illesi. Orsini aveva lanciato tre bombe, mancando sempre il bersaglio. Tutti trovavano che quell’atto di terrore era pieno di significati. Gli autori erano italiani e l’imperatore da giovane aveva cospirato in Italia. Orsini aveva avuto una parte nella Repubblica romana, quella stessa che Napoleone aveva dato ordine di abbattere. Si scoprì poi che nelle sue «Memorie» Orsini aveva individuato in Bonaparte l’ombelico della reazione. “ È lui che sorregge l’attuale equilibrio politico dell’Europa ”, “ Lui caduto che avverrà ?”.
Cavour?
Fu informato per telegrafo. Sperò che non fossero italiani, ma lo disillusero quasi subito. Letto quel nome, si ricordò che un anno prima Orsini gli aveva scritto una lettera. Offriva i suoi servizi al governo piemontese, nel caso avesse voluto dichiarare la guerra all’Austria, e chiedeva un passaporto per il regno sardo. Il conte non aveva neanche risposto.