DAVIDE JACCOD, La Stampa 21/8/2011, 21 agosto 2011
Metallizzato nei Rockets l’alieno ora vende case - Quando li hanno accesi loro, i laser, in Italia non ci aveva pensato quasi nessuno
Metallizzato nei Rockets l’alieno ora vende case - Quando li hanno accesi loro, i laser, in Italia non ci aveva pensato quasi nessuno. Arrivavano dalla Francia come fossero scesi da un’astronave, e il palco era un tripudio di esplosioni, raggi luminosi, fumi che si coloravano di metallo. Poi arrivavano loro, i Rockets: rasati a zero, vestiti di tute che si immaginavano spaziali e con la pelle ricoperta d’argento. Il concerto era innanzitutto spettacolo. Qualche ragazzino finì addirittura all’ospedale, ustionato da un’esplosione fin troppo scenografica ma comunque entusiasta («Sono pericolosi», titolavano i giornali; «ne ho uno splendido ricordo», rispondevano i fan bruciacchiati). Il suono, invece, era imbevuto di quelle acque inquiete tra gli Anni 70 e 80: arrivava la dance, il rock aveva cercato nuove strade e lo stile era un elemento determinante per distinguersi, nel fermento generale. Per emergere, spinta da Claude Lemoine, la band aveva scelto di farsi ambasciatrice di un altro mondo. Il loro marchio di fabbrica era il vocoder, il distorsore vocale nato per dare ai cori un’eco intergalattica. Rafforzava l’atmosfera da astronauta cattivo. La voce era quella di Fabrice Quagliotti, parigino, che dei Rockets era il tastierista e che non ha mai voluto abbandonare quel glorioso nome. Anche oggi, nonostante le giornate spese tra piantine millimetrate e compromessi notarili: il musicista è diventato un agente immobiliare a Como, sua terra d’adozione. Compra e vende case e appartamenti nell’alta Lombardia, ma non ha attaccato le note al chiodo. «Ai miei clienti - spiega Quagliotti - non dico di questa seconda vita: faccio il mio lavoro, che è un’altra cosa, e lo separo dalla musica. Alcuni però, lo scoprono: a quel punto sono tutti goduti, iniziano a chiederti di raccontare. Alla fine, posso dirlo, è un vantaggio: è un modo in cui il mio nome si diffonde, e capita che tanti contatti vengano fuori così». Pochi mesi fa Fabrice ha compiuto cinquant’anni, ma ha deciso che la dance e il rock non hanno a che fare con l’anagrafe. I Rockets esistono ancora: lui è l’unico della vecchia guardia, ma i costumi astronomici non sono cambiati. La differenza più vistosa sono i capelli, che adesso si lascia crescere: ogni tanto ritorna anche la vernice argentata, per accontentare i nostalgici che non vogliono permettere alla loro icona di cambiare con il tempo. «Qui a Como lo sanno tutti. Tanti, magari, erano fan della vecchia band. Questa è la terra della mia compagna: mi piace vivere in Italia». Poco tempo fa, però, i ladri gli sono entrati in casa e gli hanno portato via (tra l’altro) i dischi d’oro e quello di platino, conquistato quando con «Galaxy» avevano raggiungo il milione di copie vendute nell’intera carriera. Sul sito del gruppo ha anche pubblicato un annuncio per cercare di recuperare quei preziosi testimoni del passato. «Una brutta storia. D’oro e platino non c’è quasi niente, in quegli oggetti. Hanno solo un enorme valore affettivo». Sono passati trent’anni dal «periodo d’argento», l’epoca in cui gli alieni appena atterrati cantavano «The times are changing fast: now this is a new generation. Our children are the start of the new electronic nation». In parecchi hanno pensato a loro quando, nel 1996, Elio e le Storie Tese sono saliti sul palco di Sanremo con quegli stessi costumi, per cantare una versione ipercompressa de «La terra dei cachi». Più di una meteora, quindi, capace di lasciare una scia lunga e riconoscibilissima: per Fabrice quegli anni sono stati perfetti, anche messi alla prova dal senno di poi. «Tornando indietro non cambierei niente. Niente. E’ stata un’epoca splendida. C’era stato tanto lavoro sul progetto, e poi il successo era stato travolgente. C’era una grande energia: le tournée, gli incontri e, soprattutto, la musica. Dalla sala di registrazione al concerto, tutto girava a perfezione. Rivedrei solo il periodo dell’82/’83: abbiamo sbagliato a non cambiare look prima, a smettere di reinventarci. E dopo dieci anni la musica invecchia». Fu a quel punto che tramontò il «periodo d’argento». Quello dell’82 fu l’ultimo disco con Christian Le Bartz: il cantante se ne andò e tornò stabilmente in Francia. Il 25 aprile ha compiuto sessant’anni tondi tondi, ed è titolare di un’azienda che commercia in cibi per cani e gatti. Biologico, innanzitutto: «nutriscilo come farebbe la natura», dice lo slogan della ditta. «Lui dice Quagliotti - ha smesso del tutto, con la musica. Non ci sentiamo mai. Qualcuno degli altri ha continuato: so che Maratrat, il chitarrista, ha fatto un disco poco tempo fa. E ho qualche notizia di Groetzinger, il batterista, che si è lanciato in progetti di musica difficile, meno commerciale. Ma la musica serve a farti stare bene, e se lo fa è giusto continuare». La voglia di andare avanti è intatta. La fine dell’anno potrebbe essere il momento, rimandato da tempo, per il nuovo disco. I suoni sono cambiati («la voce modificata la usano tutti, specie dopo i Daft Punk: anche i rapper, che però lo fanno perché non sanno cantare»), ma il desiderio di finire sotto i riflettori rimane lo stesso. «Tre anni fa - racconta - siamo andati con la nuova formazione in un concerto in Russia. E’ stato un successo eccezionale. Il pubblico russo di oggi mi ricorda quello degli anni tra i Settanta e gli Ottanta in Italia: è caldo, ti dà energia, ha voglia di scatenarsi. Allora noi proponiamo anche qualche cavallo di battaglia dell’epoca, aggiungendo la musica che abbiamo creato negli ultimi anni». Nessuna voglia di fermarsi, nonostante la quotidianità e le rivoluzioni forzate del tempo. «Smetterò solo il giorno in cui non avrò lo stesso entusiasmo. A vent’anni è diverso, e puoi andare in giro con la testa a sfera dipinta d’argento. Però per me non è cambiato niente. O meglio: sono cambiato io. Sono una persona diversa perché i gli anni sono di più. Ma quanto salgo sul palco, ancora oggi, mi Diverto. Con la D maiuscola».