FABIO GAMBARO , la Repubblica 21/8/2011, 21 agosto 2011
IL FURTO DELLA GIOCONDA L´AUDACE COLPO DEL SOLITO IGNOTO
Il 21 agosto 1911, per il direttore del Louvre, fu una pessima giornata. Di quelle che non si dimenticano più. Alle nove di mattina, all´apertura delle porte del celebre museo, i guardiani si accorsero che la Gioconda non era più al suo posto, sul muro di fronte alle Nozze di Cana del Veronese. Poco dopo, in un angolo di una scala di servizio, vennero ritrovate la cornice e la teca di vetro che già allora proteggeva il ritratto di Monna Lisa dai vandali. Iniziava così la storia rocambolesca e misteriosa del furto del capolavoro di Leonardo da Vinci, una storia che si sarebbe conclusa oltre due anni dopo, l´11 dicembre del 1913, quando la tela dal valore inestimabile ricomparve in una stanza dell´Albergo Tripoli Italia di Firenze.
A quel furto eccezionale, Jérôme Coignard ha dedicato un libro accuratissimo, Une femme disparaît, in cui l´intera vicenda viene ricostruita nei minimi dettagli sulla base di tutti i documenti e di tutte le testimonianze disponibili. Con vero talento di narratore, il critico d´arte francese descrive fatti e personaggi, fa luce sulle zone d´ombra e soprattutto propone una lettura suggestiva di tutta la storia. Per Coignard, infatti, furono proprio lo scalpore e lo scandalo suscitati dal furto a rendere immensamente celebre il dipinto leonardesco. «Certo, la Gioconda era già un quadro molto noto, specie tra gli aristocratici, gli artisti e gli amatori d´arte, ma è stato il furto a trasformare il sorriso di Monna Lisa in un´icona internazionale, producendo per la prima volta un interesse di massa per un´opera d´arte. Anche le classi popolari che non erano mai entrate in un museo finirono per interessarsi del quadro di Leonardo», spiega lo studioso francese. «Dopo il furto, l´immagine di Monna Lisa venne riprodotta da tutti i giornali, venne utilizzata per manifesti, cartoline, caricature e persino réclame pubblicitarie. Ispirò spettacoli teatrali e Gabriele D´Annunzio immaginò perfino di farne un film. Insomma, il furto creò una nuova relazione con l´opera, producendo un culto che andava ampiamente al di là delle sue qualità intrinseche. Quella curiosità fenomenale per un quadro scomparso è la dimostrazione che molto spesso c´interessiamo di un´opera per ragioni che non hanno nulla a che vedere con l´estetica. Non è più l´arte che c´interessa, ma il mito».
Se il furto suscitò tanto scalpore - e contemporaneamente polemiche e sospetti (ad esempio, quelli che condussero in prigione per qualche giorno il poeta Apollinaire) - è anche perché agli occhi dell´opinione pubblica quel furto sembrava un´azione impossibile. Un´impresa degna di Arsenio Lupin, il cui nome non a caso venne evocato dalla stampa, che si precipitò a intervistare Maurice Leblanc, l´inventore del ladro gentiluomo. In realtà, spiega Coignard, «rubare la Gioconda fu facilissimo». Il ladro era entrato nel museo alle sette di mattina da una porta laterale. Aveva staccato il quadro dalla parete e tolto la tela dalla cornice, l´aveva arrotolata, nascosta sotto la giacca, uscendo poi tranquillamente dalla scalinata principale del museo, sotto gli occhi della Vittoria di Samotracia. Il tutto non era durato più di mezz´ora. A compiere il furto era stato un imbianchino italiano di trent´anni, Vincenzo Peruggia, emigrato in Francia qualche anno prima, il quale poi nascose il dipinto a casa sua.
Così, mentre la polizia lo cercava dappertutto, immaginando che fosse stato venduto a qualche collezionista d´oltreoceano, mentre certa stampa s´inventava a tutti costi un capro espiatorio (ci fu perfino chi accusò i mercanti d´arte ebrei), mentre qualcuno si rivolgeva addirittura a maghi e sensitive, il capolavoro leonardesco era tranquillamente nascosto in un minuscolo alloggio popolare del quartiere dell´Hôpital Saint-Louis. E lì rimase per più di due anni, fino al dicembre del 1913, quando Peruggia lo portò in Italia per venderlo a un antiquario fiorentino, Alfredo Geri, in cambio di 500mila franchi. A Firenze però il ladro, che i francesi cercavano inutilmente da due anni, venne immediatamente arrestato e la Gioconda recuperata nella stanza dell´albergo in cui alloggiava.
Come ricorda Coignard, le motivazioni dell´immigrato italiano - che in seguito fu condannato dal tribunale di Firenze a soli sette mesi di carcere - restarono sempre assai confuse: «Durante il processo, egli dichiarò di aver voluto restituire al suo paese uno dei capolavori sottratti da Napoleone durante la campagna d´Italia. In realtà, tutti sanno che la Gioconda fu venduta direttamente da Leonardo al re di Francia Francesco I, quindi non aveva nulla a che fare con le spoliazioni di Bonaparte, che però costituivano per gli italiani un ricordo traumatico». Probabilmente fu proprio per questo che il ladro imbianchino insistette molto sulla valenza patriottica del suo gesto, presentandolo come un atto di rivalsa sull´arroganza dell´impero francese. «Peruggia si rivelò essere un personaggio abbastanza naif, una specie di Candido contemporaneo. Apparentemente aveva agito d´impulso, anche se forse era stato manipolato da un misterioso agente tedesco, come lui stesso lasciò intendere quando uscì dal carcere. Tuttavia, a differenza di Arsenio Lupin, egli non fu certo un ladro gentiluomo e in fondo ancora oggi non sappiamo esattamente perché avesse rubato il dipinto. E soprattutto perché lo tenne in casa per due anni prima di riportarla in Italia».
Le autorità italiane decisero subito di restituire la Gioconda al Louvre, ma prima ne approfittarono per presentarla al pubblico che mai aveva avuto l´occasione di vederla da vicino. La tela venne così esposta a Firenze, Roma e Milano, attirando ovunque grandissime folle. Il primo giorno alla Galleria degli Uffizi sfilarono cinquantamila persone. A Roma, ad ammirare il celebre dipinto vennero il re Vittorio Emanuele III e la regina madre. A Milano, il quadro fu esposto alla Pinacoteca di Brera, prima di ripartire per la Francia il 30 dicembre del 1913. «In Italia, lo spettacolare successo popolare della Gioconda fu il primo esempio di fruizione di massa di un´opera», chiosa l´autore di Une femme disparaît, per il quale, se il furto assunse una valenza simbolica tanto forte, è soprattutto perché si trattava di un´opera eccezionale: «In questi casi conta la forza unica dell´opera, la sua presenza straordinaria. Se non ci fosse stato il fascino enigmatico del quadro, il successo non sarebbe durato, a poco a poco Monna Lisa sarebbe tornata nell´ombra. E anzi tanta pubblicità avrebbe potuto perfino ucciderne l´immagine, banalizzandola e desacralizzandola».
Si pensi ad esempio ai famosi baffi che qualche anno dopo Duchamp sovrappose proprio al sorriso della Gioconda, nel tentativo di sfregiare provocatoriamente il simbolo della tradizione artistica rinascimentale. «Un gesto di trasgressione che, alla luce di tutto quello che era accaduto negli anni precedenti, è in fondo un exploit abbastanza relativo», conclude Coignard, aggiungendo: «In realtà, grazie alla pubblicità del furto, la Gioconda era diventata un simbolo a cui chiunque poteva affiancare qualsiasi tipo di rivendicazioni, senza però scalfirne il valore. Un valore unico. In fondo, se ancora oggi la Gioconda è l´opera d´arte più famosa al mondo, è perché dietro al suo mistero c´è qualcosa che non si trova altrove». Il mistero di un sorriso che nessun ladro potrà mai portarsi via.