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 2011  agosto 22 Lunedì calendario

PAOLO CONTE

Un giorno di settembre scrisse una poesia, l’unica, su un’Aurelia grigia che passava lungo l’Aurelia nella pioggia mentre da un palazzotto anni ’50 un’ Aurelia bionda guardava quei due grigi sciacquarsi in un’acqua non di mare e non di terra. Quel giorno Paolo Conte diventò egli stesso un paesaggio. Ricorda, oh sì, e si stupisce di non essere il solo a ricordare il nostro indugiare dentro il passato remoto che di solito ci sembra migliore di quello prossimo. «Sono un timido matricolato», dice poco prima di indossare la faccia di Wyatt Earp, polvere di deserto e mistero selvaggio come certe canzoni, per mettere il braccio sulla spalla della ragazza che vuole la foto per papà e scoraggiare la signora che clicca vergognandosi nell’orgoglio della confessione: «Lei mi fa piangere». Sarà il caso o sarà la poesia, ma i luoghi che attraversa sembrano trasfigurare per meritarsi uno spazio loro nell’inquadratura e nel suo modo di guardare.
Succede anche qui, a Modena, mentre al bar Morsichino che sembra una drogheria di una volta beve un succo d’ananas, fuma una marlboro rossa, celebra il vino Carema e domanda dov’è Egle, la donna testimone di una vita. Sta a dieci chilometri, gli dicono, sta arrivando e lui posa l’ansia sul tavolino. Ha una t-shirt nera, pantaloni verde acqua, la faccia arata di un contadino che sa ascoltare e gli rimane appena mezz’ora prima del concerto. Le mani nel gesto intrecciano un nodo: «Odio sentirmi cantare, la mia voce nascosta, oscura. A volte mi dico: ah! se questa potesse cantarla Aznavour...».
È stanco di farlo?
«Un poco. Mi pesa l’abitudine, mi pesano i concerti e gli alberghi. Ma mi piace ancora fare musica, comporre. Anche se le parole arrivano più tardi, magari dopo due anni».
Le sue canzoni sono luoghi. C’è un posto e i personaggi che lo popolano potrebbero stare solo lì. E così i loro sentimenti, buoni o malvagi che siano. Accetta la definizione di cantautore di paesaggi?
«Sì, lo sono. E forse sono il migliore o, almeno, è una mia specialità».
Penso a: «Te dentro un caffè, dentro il caffè uno specchio, dentro lo specchio una barca, la barca è per me». Si inizia sempre da un luogo?
«Già la musica pur nella sua astrattezza propone degli ambienti. Luoghi, segnali, colori soprattutto. Poi, i personaggi che descrivo sono in qualche maniera etnici, hanno una provenienza, una razza, qualcosa che li spiega. Tutto questo viene anche dall’esigenza teatrale o filmica che hanno le canzoni. Dire in poco spazio, indicare. E, poi, magari, ci sono i miei compiacimenti personali di autore e spettatore».
Che cosa trasforma una stradina moderna sotto la pioggia in ispirazione?
«Direi un posto in cui si nasconda la dinamica di un possibile racconto, un luogo in un certo senso sacro, un luogo che abbia uno stile. Questo per me».
Quale è stato il suo luogo santo?
«Le racconto una piccola storia. Vuole?».
La ascolto.
«Qualche anno fa, di notte sognando, sentivo che mi stavo arrampicando su per una riva ripida. C’era un’aria giallastra, un’atmosfera ocra da cui mi allontanavo salendo. Avevo l’impressione di rampignare verso il paradiso. E capivo che lo conoscevo, c’ero stato da ragazzo e non solo d’estate. Era "La Favorita", una tenuta nell’Astigiano che mio nonno aveva comprato poco prima della guerra. Lì ho vissuto con i miei per dieci anni indimenticabili. Lì è cominciato molto di me».
È ancora oggi capace di descriverla?
«Più di trenta ettari, tanto per le nostre zone, quaranta mucche, due tori, quattro enormi cavalli da tiro, una cavallina con il suo calesse. Tre cani da caccia, il sole bianco sulla terra, il profumo del mosto, l’odore buonissimo delle stalle. I grilli, il gufo nel buio, le lucciole e due alti cedri del Libano che ancora adesso riesco a scorgere in lontananza. E la fragranza notturna del fieno, che è quella che mi portava lontano».
Sembra l’immagine di un posto lento, quasi fantasmatico. Era così o è il suo modo di sentirlo?
«Non so, forse è la mia maniera di prendere appunti sulla vita. Il mio modo di fare il mestiere. Qualche frammento, qualche scheggia, arriva all’improvviso. Non tutto, almeno quasi mai. Poi c’è tanto lavoro di cadenze, di logica, di detto e non detto. Chiarezza e enigma, astratto e concreto. Le rime, gli accenti, l’interpretabilità».
Lei ha cantato suonatori di fisarmonica, ciclisti, puttane, assicuratori, ballerini di rumba, sfortunati gestori di bar, cassiere alascane, elettricisti, uomini e gatti svaniti in una tappezzeria. Nelle sue canzoni sembra esserci molto di Simenon. Qual è la sua letteratura preferita?
«Ho letto pochissimi romanzi e nessun personaggio mi ha particolarmente colpito. Fin da adolescente prediligevo la poesia, in particolare i novecentisti italiani. E Giorgio Seferis, lirico greco, il mio preferito. E ascoltavo, come tuttora, jazz arcaico e musica classica. Un po’ di lirica. Sono un Verdiano convinto».
Così siè seduto al pianoforte e siè detto: farò musica. E suo fratello Giorgio con lei. Tutto molto semplice?
«Da ragazzo avrei voluto studiare medicina, poi, per ragioni di convenienza famigliare - nonno, padre e zio notai - ho fatto per un po’ di tempo l’avvocato. Finché la musica non ha preso il sopravvento. Ricordo una vecchia battuta di Giorgio, di quattro anni più giovane, che scherza sempre sulle nostre differenze: in casa c’era uno smoking solo, lo hai preso tu».
Nasi tristi come salite, eleganze di zebra, labbra che si guardano, la campagna che abbaia, l’intorno che è solo pioggia e Francia. Si potrebbe andare avanti a lungo. Come nasce una canzone onomatopeica?
«Nel jazz arcaico o classico il linguaggio degli strumenti si è formato sull’imitazione della voce umana e dei versi degli animali. Quando mi sono messo a scrivere testi di canzoni non ho dimenticato quella tavolozza infinita. Ma c’è un altro aspetto: le parole lontane dal linguaggio parlato e rotolante mi danno di più sul piano dell’essenza poetica e ritmica».
Il jazz viene considerata una musica colta. Guardando il suo feeling con ogni tipo di pubblico non si direbbe.
«Semplicemente le confesso che non faccio jazz e che il mio pubblico non è quello del jazz. Se poi batte anche il piede mi fa piacere...».
La musica è di per sé seduttiva?
«La seduzione è l’essenza stessa di tutte le musiche belle. Credo sia seduzione di se stessa, indipendentemente da eventuali pretese descrittive o dall’uso che se ne vuole fare».
Le capita di tornare nella vecchia casa di suo nonno, per toccare di nuovo quei muri?
«Non ci riesco. Oggi che alla Favorita c’è una scuola agraria non ho più avuto il coraggio di avvicinarmi».
Che cosa andrebbe a cercare lassù?
«Qualcosa, tutte le cose che non ho capito né allora né oggi. Oggi che il comprendonio dovrebbe essermi più a portata di mano».
C’è qualcosa di quel luogo in Diavolo Rosso, quelle falciatrici a cottimo che arrivano sulle aie bianche?
«Forse sì. Tutta la canzone è ambientata nella campagna profonda. Il valzer di vento e di paglia che risale le risaie e fa il verso delle rane è una immagine sia visibile sia sonora dell’apparire della morte. La morte è colei che falcia e lo fa a cottimo. Più taglia e più è contenta. Bastarda».
Che cos’è per lei la malinconia?
«Debolezza, delusione, disillusione più o meno motivata. Un rapporto inutile con il battere del tempo. La peggiore è quella colorata, la malinconia da luna park».
Paolo Conte apre il concerto in piedi, cerca il tempo sulle cuciture dei jeans. La prima canzone è "Cuanta pasiòn", dove le vigne stanno immobili nel vento forsennato. Sotto i portici di piazza Roma l’insegna illuminata di un negozio si affretta a entrare nel suo paesaggio. Dice così: «Profumeria specializzata per i capelli».