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 2011  agosto 22 Lunedì calendario

INTRIGHI INTERNAZIONALI BLUFF E TERRORISMO ECCO IL CLAN DEL COLONNELLO - IL PRIMO

a cadere è stato Saif al Islam, il "moderato", quello che ancora ieri minacciava vestito con la mimetica dagli schermi della tv di Stato. Il suo erede designato, il finto amico dell’Occidente che ha fin dal primo giorno appoggiato il bagno di sangue con cui il padre aveva deciso di salvare un regime ormai in agonia, è stato catturato dai primi uomini del Cnt penetrati nella cittadella del potere gheddafiano. I suoi pretoriani - un reparto della Guardia presidenziale - hanno gettato le armi senza quasi sparare un colpo e a Saif è rimasta solo la resa. Un’ora dopo è stato il il turno di Saadi, "il calciatore" che fu tra quelli che guidarono la prima repressione contro Bengasi all’alba della rivolta in febbraio. Poi di Mohammad il suo primogenito. Ma del colonnello Muhammar Gheddafi nella notte ancora nessuna notizia. Fedele alla suo istrionismo attraversato da una vena di follia anche l’ultimo messaggio del colonnello conteneva l’annuncio di una Apocalisse: «Ho paura che Tripoli brucerà». L’ultima minaccia di questo satrapo nordafricano, tollerato per anni dalla comunità internazionale solo perché la "sua" Libia galleggia su un mare di petrolio di cui tutti hanno una terribile sete, è arrivata ieri notte in un drammatico messaggio audio mentre gli insorti accerchiavano il suo bunker di Tripoli e il suo regime dopo 42 anni si sfaldava come un castello di carte. «Resterò fino alla fine» ha annunciato nel messaggio audio rilanciato dalla tv di poco più di un minuto. La voce querula, stentata, smozzicata, niente a che vedere con quella sprezzante, altera, aggressiva e minacciosa con cui per quattro decenni ha cercato di condizionare il Medio Oriente, l’Africa, ha minacciato l’Occidente, l’Europa da quando nel 1969 - a 27 anni - guidò la rivoluzione che rovesciò re Idris. Il suo messaggio non è cambiato, ha ripetuto come un mantra che non si arrenderà, che resterà fino alla fine fedele a un copione per dimostrare di essere stato davvero un Qaid, la Guida, ma che sa da tempo di non poter recitare fino alla fine, tanto da far dire al suo portavoce Ibrahim Moussa in piena notte quando tutto è perduto: «Vogliamo trattare». Da dove parlasse Gheddafi resta un mistero, naturalmente, molte voci sulla sua fuga, dove si sia effettivamente nascosto, mentre la sorte del suo regime è segnata. In questo clima da crollo dell’impero il Consiglio nazionale di transizione degli insorti non nasconde un timore terribile: che il Colonnello possa veramente far bruciare la città, anche attraverso l’uso di ordigni banditi dal mondo civile, come le armi chimiche. Un incubo che si è riproposto, perché l’Uomo è notoriamente un paranoico dispostoa tuttoe la sua storia politica - che sarebbe più giusto definire criminale - ne è la testimonianza, occulto finanziatore di ogni gruppo terrorista che ha sanguinosamente calcato le scene dagli anni Settanta, mestatore di ogni intrigo e congiura possibile, perché Gheddafi aveva capito fin dal primo momento che non sarebbe mai diventato un leader stimato aveva scelto l’altra strada possibile per un aspirante raìs: farsi temere. Con ogni mezzo.

In politica estera, finanziò l’Olp di Yasser Arafat nella sua lotta contro Israele e i suoi nemici interni allo stesso tempo. Per molti anni, Gheddafi è stato uno dei pochi leader internazionali che continuarono a sostenere i dittatori del calibro Idi Amin Dada e Bokassa, fattivo è stato il suo sostegno al terrorista palestinese Abu Nidale alla sua organizzazione che tra l’altro fu l’artefice della Strage di Fiumicino (1985).

La Libia smentì ogni coinvolgimento ma Gheddafi non mancò di rendere ufficialmente onore ai terroristi attori dell’attentato. La sua indole anti-israeliana, antiamericana e anti-europea lo portò a sostenere ogni genere di gruppi terroristi, dall’irlandese Iraa "Settembre Nero". Fu anche accusato dall’intelligence statunitense di aver organizzato degli attentati in Sicilia, Scozia e Francia, ma egli si dichiarò beffardamente sempre innocente. Si rese anche responsabile del lancio di un missile contro le coste siciliane, fortunatamente senza danni. Divenuto il nemico "numero uno" degli Usa, Gheddafi fu attaccato militarmente per volere del presidente statunitense Reagan nel 1986: il massiccio bombardamento ferì mortalmente una sua figlia adottiva, ma lasciò indenne il colonnello, che era stato avvertito del bombardamento da Bettino Craxi, allora Presidente del Consiglio.

La sua vendetta fu la strage di Lockerbie nel 1988, quando un aereo passeggeri esplose in volo sopra la cittadina scozzese: perirono tutte le 259 persone a bordo oltre a 11 cittadini di Lockerbie.

Messo al bando per anni dall’Onu per questa strage nei primi anni Duemila, gli ultimi sviluppi della politica libica di Gheddafi lo portarono a un riavvicinamento con gli Usa e alle democrazie europee, con un parallelo allontanamento dall’integralismo islamico. Fu George W. Bush a decidere di togliere la Libia dalla lista degli "Stati Canaglia" portando al ristabilimento di pieni rapporti diplomatici tra Libia e Stati Uniti, ma via via anche con i governi europei, arruolato in quel Fronte anti-Bin Laden di cui l’America e l’Occidente dopo l’11 settembre avevano un disperato bisogno dimenticando tutte le ambiguità dell’Uomo e del suo regime. Soltanto un anno fa- era l’agosto 2010- la sua seconda visita in Italia con tutti gli onori, accolto come un amico dal governo Berlusconia cui venne permesso di pronunciare parole e compiere gesti umilianti nei confronti del Paese che lo stava ospitando. Pretese e pagliacciate inaccettabili per qualunque democrazia moderna - come le duecento escort che Gheddafi voleva convertire all’Islam - che però a Roma andarono avanti per tre giorni.

È stato incapace per il suo Dna di capire che la primavera araba stava per sconvolgere anche la Libia, per scuotere definitivamente quel sanguinario regime familiare che aveva messo in piedi negli anni. Fortune miliardarie, potere assoluto, vincoli di sangue diretti hanno disegnato una concentrazione di potere che ha solo un nome: una dittatura familiare dove tutto è stato lecito, corruzione, guerre intestine, tutto per quell’oro nero con cui i Gheddafi si sono arricchiti oltre ogni limite immaginabile. E con la disgregazione del potere si è disgregata anche la Family, solo Saif al Islam - il primogenito della sua seconda moglie - e la figlia Aisha sono rimasti al suo fianco fino all’ultimo.

Fino a quando anche i suoi pretoriani - la brigata che si occupava della sua sicurezza - e quell’ultimo pugno di mercenari ciadiani e maliani pagati mille dollari al giorno hanno iniziato ad arrendersi fra le rovine di Bab al Azizia ieri notte e Saif veniva catturato dalle avanguardie della guerriglia rivoluzionaria divenute ormai padrone di Tripoli.

Per il regime della paura è l’atto finale.