Giusi Fasano, Corriere della Sera 22/08/2011, 22 agosto 2011
PRIMA DI MORIRE IL NOME DELL’ASSASSINO SCRITTO CON IL SANGUE
Sono i suoi ultimi respiri. Antonella sa che non ha scampo, che è questione di secondi. Raccoglie le poche forze rimaste e solleva la mano insanguinata. Il suo dito scorre lungo il tessuto del divano. «ENZ», scrive. Almeno così dicono i magistrati. Che si convincono: «Era il nome dell’assassino, Vincenzo Morici» cioè il marito di Antonella, primario di Chirurgia all’ospedale di Taormina.
Sembra una storia uscita dalla penna di un giallista e invece no, è tutto vero. Peccato però che quel dettaglio della scritta arrivi più di 13 anni dopo il delitto, che l’interpretazione sia tutt’altro che univoca. E peccato che il divano a quel punto fosse finito in discarica ormai da anni... Al processo non c’era che una fotografia, l’immagine di una macchia di sangue mescolata ai motivi floreali della tappezzeria, niente tessuto. E per quanto suggestiva fosse quella tesi, il giudice decise che la pubblica accusa aveva torto: non 30 anni di reclusione. Piuttosto l’assoluzione «per non aver commesso il fatto», come per anni ha ripetuto lui, l’imputato. Assolto, libero, caso chiuso. Anzi no, sospeso. Perché la Procura non ha nessuna intenzione di chiuderlo e ha deciso di impugnare la sentenza di primo grado, quindi la questione si riaprirà con il nuovo processo che, dati i tempi della giustizia, se va bene si celebrerà quando saranno passati più o meno vent’anni dall’omicidio.
Il giudice delle indagini preliminari che processò Morici con rito abbreviato decise che non fu lui a colpire sua moglie il 4 dicembre del 1993 nel soggiorno di casa, a Catania. Non fu lui il mostro che infierì con 23 coltellate. Le prime 22 non furono letali, ricostruirono i medici legali, e l’assassino finì «il lavoro» con un ultimo colpo quando si accorse che lei respirava ancora. L’assassino, appunto. Non lui.
Così oggi, quasi 18 anni dopo, in attesa dell’appello, i misteri del primo giorno sono ancora intatti. I dettagli inspiegabili della prima ora restano inspiegati e l’interpretazione degli indizi-base è la stessa di quel giorno di dicembre. Per l’accusa portano in una direzione, per la difesa dalla parte opposta. Identiche anche le posizioni sulla teoria della famosa scritta. Da una parte il primario a spiegare che «doveva essere la prova regina e invece è la bufala regina», dall’altra la Procura a ripetere che invece Antonella voleva proprio indicare il nome del suo carnefice.
Non faceva un gran freddo, quella sera di dicembre del ’93. «Non è stata una rapina» ipotizzarono gli inquirenti davanti al cadavere di Antonella appena scoperto dal marito. «E poi la donna conosceva il suo assassino. Due deduzioni logiche legate alla scena del delitto. Punto primo: lei era in vestaglia quindi difficilmente avrebbe aperto a uno sconosciuto. Punto secondo: delle due porte blindate una era chiusa, l’altra pure ma non a chiave e probabilmente fu lei stessa ad aprire la porta a chi la uccise, a meno che quella persona non avesse le chiavi. E ancora: nessun segno di scasso, nemmeno una traccia di mani a rovistare nei cassetti, nessun gioiello portato via, i soldi lasciati al loro posto, la tivù accesa. Come se fino a un attimo prima di «una brutalità da far rabbrividire» (parole del pm) Antonella non abbia fatto altro che fidarsi del suo assassino. I periti dell’accusa davanti alle 23 ferite annotarono: chi ha ucciso ha «conoscenze anatomiche non comuni». Chiaro il riferimento alla professione del marito. Che si è sempre difeso con la seguente obiezione: «Secondo lei un chirurgo specializzato in angiologia e chirurgia vascolare dimostra conoscenza anatomiche non comuni colpendo la vittima 23 volte?».
In questa storia ci sono dettagli che meriterebbero da soli una nuova inchiesta. Per esempio i cuscini e i coltelli sui quali si cercarono le impronte dell’assassino. Furono inviati alla scientifica ma poi nessuno chiese l’esito degli accertamenti. Salvo il fatto di tornare a cercarli, quando 13 anni dopo il pm riaprì il caso ispirato dalla lettura di un libro di Carlo Lucarelli sui gialli irrisolti. Li cercarono più e più giorni. Tutto inutile. I reperti erano spariti. E anche il famoso divano non c’era più. Del resto il primario l’aveva tenuto per anni senza disfarsene, era un suo diritto buttarlo via. Gli inquirenti ordinarono nuovi accertamenti nella casa del delitto, nel frattempo abitata da un’altra famiglia. E alla fine la procura mise assieme indizi che ritenne sufficienti per chiedere l’arresto di Morici, compresa la fotografia della presunta scritta «ENZ», analizzata con uno scanner speciale, e la testimonianza di un amico del medico che prima parlò di un’ora e poi di un’altra sul rientro a casa del primario. L’inchiesta concluse che i due litigarono per motivi di gelosia e che in un’impeto di violenza lui la uccise. Ma i passaggi giudiziari dicono il contrario. A marzo 2007 il primario finì in cella: 25 giorni, poi il tribunale del Riesame lo scarcerò. Oggi Enzo Morici ha 62 anni, «non sono io l’assassino» ripete dal 4 dicembre del ’93. Il mistero vive come un fantasma accanto a lui: chi ha potuto tanta ferocia quella sera d’inverno?
Giusi Fasano